Catone in Utica
Tragedia per musica.

Libretto di Pietro Metastasio.
Musica di Leonardo Vinci.

Prima esecuzione: 19 gennaio 1728, RomaTeatro delle Dame.

Personaggi:

CATONE tenore
CESARE soprano
MARZIA figlia di Catone e amante occulta di Cesare soprano
ARBACE principe reale di Numidia amico di Catone e amante di Marzia contralto
EMILIA vedova di Pompeo contralto
FULVIO legato del Senato romano a Catone, del partito di Cesare, e amante di Emilia contralto

La scena è in Utica, città dell’Africa.

Serenissima gran principessa
fra lo strepito de’ pubblici applausi, che vi risuonan d’intorno, non isdegnate serenissima gran principessa di rivolgervi per un momento al nostro Catone in Utica, che umilmente vi rechiamo in tributo. Il nome di un tanto eroe, e la nota clemenza, con cui generosamente accogliete qualunque benché menoma offerta, possono giustificare in parte l’audacia nostra: e dove tutto ciò non bastasse, è sempre degno di compatimento quel fallo, che deriva da soverchio amor di sé stesso, colpa troppo universale perché debba altri arrossirne. Saressimo stati per avventura meno arditi, se non avessimo conosciuto quanto a noi sia gloriosa la libertà, che benignamente ci permettete di poterci col più profondo rispetto pubblicare, serenissima gran principessa, vostri umilissimi, ossequiosissimi servitori.
Li possessori del teatro.

Argomento
Dopo la morte di Pompeo il di lui contradittore Giulio Cesare fattosi perpetuo dittatore si vide rendere omaggio non solo da Roma, e dal Senato, ma da tutto il rimanente del mondo, fuor che da Catone il minore, senatore romano, che poi fu detto Uticense dal luogo della sua morte. Uomo già venerato come padre della patria non meno per l’austera integrità de’ costumi, che per il valore, grand’amico di Pompeo, ed acerbissimo difensore della libertà romana. Questi avendo raccolti in Utica li pochi avanzi delle disperse milizie pompeiane, con l’aiuto di Giuba re de’ Numidi, amico fedelissimo della repubblica, ebbe costanza di opporsi alla felicità del vincitore. Cesare vi accorse con esercito numeroso, e benché in tanta disuguaglianza di forze fosse sicurissimo di opprimerlo, pure invece di minacciarlo, innamorato della virtù di lui, non trascurò offerta, o preghiera per renderselo amico; ma quegli ricusando aspramente qualunque condizione, quando vide disperata la difesa di Roma, volle almeno morir libero uccidendo sé stesso. Cesare nella morte di lui diede segni di altissimo dolore, lasciando in dubbio la posterità se fosse più ammirabile la generosità di lui, che venerò a sì alto segno la virtù ne’ suoi nemici, o la costanza dell’altro, che non volle sopravvivere alla libertà della patria.
Tutto ciò si ha dagli storici, il resto è verisimile.
Per comodo della musica cangeremo il nome di Cornelia, vedova di Pompeo, in Emilia, e quello del giovane Iuba, figlio dell’altro Iuba re di Numidia, in Arbace.
Le parole numi, fato, etc. non hanno cosa alcuna di comune cogl’interni sentimenti dell’autore, che si professa vero cattolico.

Atto primo

Scena prima
Sala d’armi.
Catone, Marzia, Arbace.

MARZIA
Perché sì mesto o padre? Oppressa è Roma,
se giunge a vacillar la tua costanza.
Parla; al cor d’una figlia
la sventura maggiore
di tutte le sventure è il tuo dolore.

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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