Fetonte
Dramma per musica.

Libretto di Mattia Verazi.
Musica di Niccolò Jommelli.

Prima esecuzione: 11 febbraio 1768, LudwigsburgSchlosstheater.

Personaggi:

FETONTE figlio del Sole, e di Climene soprano
CLIMENE vedova di Merope egizio, re di Vamba capitale del regno de’ Giacchi, popoli abitatori delle montagne del Sole nell’Etiopia esteriore soprano
LIBIA figlia di Merope egizio, unica erede di tutti i regni paterni soprano
ORCANE etiope, re di Congo tenore
EPAFO re d’Egitto contralto
TETI soprano
FORTUNA soprano
IL SOLE soprano
PROTEO soprano

Personaggi de’ cori: Sacerdoti di Teti. Tritoni. Etiopi. Comparse: Sacerdoti. Le tre Sirene. Tritoni. Nereidi. Naiadi. Limniadi. Divinità de’ ruscelli, e de’ fiumi. Mori pedestri. Guerrieri egizi. Guardia nobile di Climene. Ufficiali maggiori del regno de’ Giacchi. Paggi. Popolo abitatore della città di Vamba. Gran sacerdote, e Ministri sacri d’Apollo. Temide. Felicità. Tempo. Aurora. Anno. Secoli. Giove.


Atto primo

Scena prima
Antro a Teti sacro con ara accesa nel fondo.
Si apre la scena verso il fine del primo «Allegro» della sinfonia, e subito si trovano i Sacerdoti di Teti tutti schierati nel fondo dell’antro con accese fiaccole in mano. Climene accompagnata da altri Sacerdoti, si avanza cantando la seguente invocazione destinata a prender il luogo dell’«Andante» dell’apertura.

CLIMENE
De’ liquidi regni
dagli antri remoti
rispondi a’ miei voti,
o madre pietosa,
o Teti vezzosa,
gran diva del mar.

CORO DE’ SACERDOTI
Dagli antri remoti
rispondi pietosa,
o Teti vezzosa,
gran diva del mar.

Mentre i sacri Ministri cantano il coro, uno de’ medesimi versa sull’ara gl’odorosi profumi. Terminato appena il suddetto, un sotterraneo fremito di repentino spaventevol tremuoto, che al secondo «Allegro» della sinfonia viene sostituito, sorprende, mette in fuga, e disperde tutti i sacri Ministri. Abbandonata, palpitante, e smarrita rimane sola Climene in mezzo agli orrori della vacillante spelonca. A proporzione, che va crescendo il rumore degl’istromenti, veggonsi ondeggiar d’intorno le sassose, oscure, ed ineguali pareti, che strepitosamente in fine rovinando, ed aprendosi, si scopre la deliziosa reggia di Teti.

Scena seconda
Deliziosa reggia di Teti.
Siede la Dèa alla destra sopra eccelso trono, sostenuto da un muscoso elevato scoglio, adorno d’archi, e colonne di congelata acqua di mare. Veggonsi ad essa intorno con artificiosa irregolarità situate Naiadi, Limniadi, Nereidi, Sirene, Tritoni, ed altre marittime Deità, ove alcune sovra piccioli scogli, di verde musco vestiti, agiatamente riposano. I leggeri delfini per l’acque, che la reggia inondano, lubricamente si aggirano. Gli annosi fiumi, e le vaghe Ninfe de’ ruscelli, e de’ fonti, sostenendo le loro urne diverse, e sovra delle medesime in varie guise appoggiandosi, versano quivi di cristallini umori, e di limpid’acque perenni, e copiosi tributi. Mentre Climene corre all’apparir della scena, per gettarsi a piè del materno trono, Teti discende, e fra le sue braccia teneramente l’accoglie.
Teti, e Climene.

TETI
Del mio tenero affetto a darti, o figlia,
qual più chieder saprai men dubbio pegno,
di quest’umido regno agli occhi tuoi
ecco aperti i recessi. Or ciò, che vuoi
a me palesa.

CLIMENE
O genitrice, o diva,
forse a te sola ignoti
sono i disastri miei? Vedova, inerme,
fra bellici furori, onde rimbomba
mal sicura la reggia,
mi perdo, mi confondo.

TETI
Il tuo periglio
non ti sgomenti ancora.

CLIMENE
Un figlio, un figlio,
degna di Febo generosa prole,
de’ miei palpiti, o madre,
è l’oggetto maggior. Di mille squadre
gl’insulti, le minacce
forse con alma forte
sostenere io saprei. Ma oh dèi! Pavento
gl’intolleranti moti
di quel nobil coraggio.
Coll’avito retaggio,
fin da’ primi anni suoi Merope a lui
Libia già destinò: Libia, onde il cielo
dell’estinto mio sposo
il talamo primier fecondo rese.
Del consorte i disegni
prevennero i miei voti: e a’ voti miei
fur presagio felice
degl’innocenti cori
gli allor nascenti pargoletti amori.
Adulti entrambi, in un con lor s’accrebbe
il reciproco ardore.
Ma, d’ogni dritto ad onta, Epafo adesso
spegner sì belle faci
orgoglioso minaccia:
Epafo, che spargendo alte ruine
fe’ al nostro ciel tragitto
dall’arenoso Egitto.
Di Congo il fiero Orcane
tutte a mio pro le forze
muover promise, è ver; ma qual poss’io
all’Etiope fallace
fede prestar? Con gli adunati Mori
se lento è a comparir, l’oste d’Egitto
assalirà di Vamba
le già da lunge assediate mura:
e Libia, ohimè! chi sa?…

TETI
Paventi invano.
L’Egitto, il mondo intero
non cangeran del fato
l’immutabil voler. Proteo, cui lice,
con fatidico sguardo,
fra l’ombre del futuro
sicuro antiveder, i dubbi tuoi
cessar tosto farà. L’insidie lascia,
che a disporre io ne vada, onde il ritroso
vate a parlar si astringa. Ogni timore
sgombra intanto dal sen. De’ fidi amanti
intiepidir gli affetti
Epafo non potrà, che ascosa fiamma
più si spande agitata, e più s’infiamma.
Tacito, e lento il foco
talor serpendo gira:
finché non spira il vento,
spavento ~ altrui non fa.
Ma quando in ciel si desta
fiera, crudel tempesta,
orribile tremendo
crescendo ~ allor se n’ va.
(parte)

Scena terza
Climene, indi Proteo.
Sovra carro leggero, tirato da due cavalli marini. Una truppa di Tritoni lo precede cantando a suon di buccina.

CLIMENE
Questo riflesso appunto
fomenta il mio terrore…
Ma de’ marini armenti ecco il pastore.
(si ritira)

CORO DE’ TRITONI
Della gran buccina
il suono udite:
uscite, uscite,
squamosi armenti,
su i campi a pascolar
de’ falsi argenti.

Scena quarta
Terminato il coro si sente una dolce armonia; ad ascoltar la quale Proteo scende dal carro; e vinto dalla dolcezza de’ modulati suoni, sopra picciolo scoglio s’addormenta, e là correndo le Sirene, lo legano allo stesso scoglio; nel quale destandosi Proteo all’improvviso assalto, e vedendo che il dibattersi a lui non giova per sortire da’ lacci, ora in acqua, ora in fuoco, ed ora in alato drago trasformasi.
Teti, Climene, e Proteo.

CLIMENE
(spaventata dalle mostruose trasformazioni di Proteo)
Che miro! Aita…

TETI
Non temer: son teco.
(verso Proteo, che sotto strana, mentita forma tuttavia si nasconde)
Proteo, m’ascolta. Usar qui a te non giova
le solit’arti. Fra quei lacci avvolto
fosti per cenno mio; né andrai disciolto,
a noi svelar, se non prometti pria,
qual fia di Libia, e di Fetonte il fato.

CLIMENE
A ripigliar tornò l’aspetto usato;
ma il torbido girar di sue pupille
già mi predice, (ahimè) qualche sventura.
(Proteo istantaneamente riprende la sua vera forma)

PROTEO
(attaccato ancora allo scoglio)
La caligine oscura
dell’avvenir profondo,
a valicar costretto,

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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