Henrico Leone
Dramma.

Libretto di Ortensio Mauro.
Musica di Agostino Steffani.

Prima esecuzione: 30 gennaio 1689, HannoverHoftheater.

Personaggi:

HENRICO Leone contralto
METILDA figlia del re d’Inghilterra moglie d’Henrico soprano
IDALBA figlia dell’imperatore in abito di schiava soprano
ALMARO amante di Metilda sposo di Idalba tenore
IRCANO confidente di Idalba basso
ERREA nutrice di Metilda, e maga contralto
EURILLO paggio d’Almaro contralto
LINDO servo d’Henrico altro
DEMONE basso

Comparse Guardie, dame, paggi con Metilda. Guardie, e cavalieri con Almaro. Spiriti. Marinari nella nave. Soldati all’assalto.

Elogio d’Henrico Leone
Ritorna al mondo Henrico Leone per dilettare fra le placide armonie delle muse, non per atterrire fra gli orridi sconcerti dell’armi, e viene a dar co’ le rappresentazioni de’ suoi avvenimenti le prime prove al nuovo teatro d’Hannover, fortunato d’aprirsi per onorar la memoria di principe sì famoso.
Non ancor sazio di perseguitarlo il destino suscitando nell’impero moti inaspettati, e turbolenze improvvise minacciava di sconcertar questi tranquilli disegni. Ma egli avvezzo a non temer, a non cedere, ed a viaggiar con insolita celerità, non ha lasciato fra tanti ostacoli di comparir più presto che non s’era creduto, e di trionfar delle difficoltà, e dell’invidia, che predicava impossibile in sì angusto termine la perfezione dell’opera.
Nel testo purtroppo è noto nelle Historie de’ guelfi, e nella ricordanza de’ popoli chi egli si fosse. Non s’altera né per nubi, né per eclissi la bella luce del sole: le disgrazie se sminuirono la potenza, non estinsero la gloria d’Henrico, e il giro di cinque secoli non ha fatto scordare a’ posteri ciò ch’entra nella sua memoria d’onorato, e d’acerbo.
Una cometa altrettanto più infausta quanto più luminosa, un fulmine, che dopo corso strepitoso, ed illustre suol terminar i suoi splendori in ruine, potriano servir di simbolo al merito sfortunato di questo eroe. S’avesse saputo, o voluto moderar l’altezza degli spirti, non avrebbe veduta ristretta l’ampiezza de’ suoi stati, che negli antichi limiti della Sassonia e della Baviera da esso possedute si stendevano dall’Albi al Reno, e dall’Alpi all’oceano. Ma il suo cuore maggiore ancor del dominio con eccessi di gloria irritò la fortuna, e furono per esso così perniciose le virtù, come funesti per gli altri principi sogliono essere i vizi.
Infatti parve che la pietà, l’intrepidezza, la costanza, che d’ordinario sono le basi dell’umana felicità, fossero il principio delle sue fatali sventure. Zelo di religione lo staccò sott’Alessandria dal partito di Federico Barbarossa persecutor del pontefice, e dopo impegnandolo nelle guerre di terra santa diede adito a’ vicini gelosi delle sue crescenti prosperità di prevalersi delle inique congiunture dell’odio di cesare, e della proscrizione, e lontananza d’Henrico per usurparne le spoglie, mentr’egli spogliava i barbari delle provincie usurpate ai fedeli.
Così cadde nell’estremità presagite da Demade a gli ateniesi, quando gli avvertì che si guardassero per difender il cielo di non perdere la terra, consiglio in altri tempi ancora mal osservato.
Resta però degli avanzi di sì gran naufragio a suoi serenissimi discendenti di che far nell’Europa considerabil figura, e di che imitar felicemente il zelo d’Henrico a danno degli infedeli.
E che non deve la cristianità a’ validi soccorsi mandati, e guidati da questi principi nell’Ungheria, nella Grecia, ed al valore di quattro gloriosi fratelli, ch’in anni ancor acerbi fra le più memorabili imprese di questa guerra si sono segnalati con azioni eroiche, e degne dell’augusto lor sangue?
Se dalla mano d’un colosso d’Ercole rinversato, e distrutto gli scultori greci argomentavano qual ne fosse stata la grandezza, quand’era intiero, nel veder ciò che fanno di grande nelle mani di principi generosi le reliquie di sì usata fortuna, è facile congetturare qual fosse nel suo florido stato la potenza d’Henrico.

Argomento
Com’i lumi dan luogo all’ombre, l’istoria d’Henrico Leone fertile d’azioni meravigliose ha data occasione a varie favole assai celebri e note ne’ paesi di Bronsvich, e di Luneburgo.
Da queste per comando di chi ne ha date le idee s’è tirato l’intreccio del dramma, fingendo:
Ch’Henrico dopo aver promesso alla duchessa Metilda sua moglie di ritornar in sett’anni alla più lunga di Palestina, e dettole, che se non ritornava in quel termine, la lasciava in libertà di rimaritarsi, imbarcatosi per il ritorno, incontri fiera tempesta, e rotta la nave sia preso da un grifone che lo leva dal mar tempestoso, e se lo porta in aria.
Ch’Idalba figlia dell’imperatore Federico Barbarossa promessa ne’ suoi teneri anni ad Almaro, e innamorata di lui, presentiti questi nuovi affetti venga con Ircano suo confidente a Luneburgo in abito di schiava, e trovando Almaro costante nell’amor di Metilda, non lasci per questo di continuar nelle sue passioni, ancorché Ircano faccia il possibile per guarirla, e ricondurla nella Svevia.
Che Metilda importunata da Almaro, e da Errea, da esso a forza di doni corrotta, e certificata anco per via d’incanti della morte d’Henrico, alfin condiscenda alle nozze, le quali sul punto di celebrarsi disturbate dall’improvviso arrivo d’Henrico Almaro vedendolo vivo, desiste dall’impresa, Idalba ricomincia a sperare, e nell’assalto dato a Bardevico salvando la vita all’ingrato amante, e scoprendosi per Idalba, egli la sposa.
Così il ritorno d’Henrico che consola Metilda, e ‘l matrimonio d’Almaro con Idalba finiscono lietamente il dramma, nella cui tessitura s’è avuto più riguardo al divertimento de’ popoli, co’ quali si vive, ch’alle regole de’ poeti di secoli, e paesi lontani, e s’è giudicato più conveniente l’ubbidir a’ cenni d’augusto, che necessario l’assoggettarsi a’ precetti d’Orazio.

Atto primo

Scena prima
Spiaggia del Mediterraneo con mare tempestoso.
Dietro la cortina s’ode strepito d’onde, di venti, e di navi percosse, grida flebili, ordini confusi, e voci disperate de’ Marinari, che fra’ lampi, e nembi esclamano
Cieli aita, pietà
la nave a perir va,
l’antenna si spezzò;
si salvi chi può.
S’alza la cortina, e si vede Henrico in vascello, agitato da mar tempestoso, con faccia intrepida, e Lindo suo servo sbigottito.

HENRICO
Inferocite o venti,
imperversate o mari,
e si scateni a’ danni miei l’abisso;
congiurate le furie, e l’aria, e l’onda
secondin contro me
gli odi di Federico.
Può ben morir, ma non temer Henrico.

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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