Ifigenia in Tauride
Dramma per musica.

Libretto di Mattia Verazi.
Musica di Gian Francesco (Ciccio) De Majo.

Prima esecuzione: 4 novembre 1764, MannheimHoftheater.

Personaggi:

TOANTE usurpatore del regno di Tauri nella Scizia tenore
IFIGENIA figlia di Agamennone, re di Argo, sacerdotessa di Diana soprano
ORESTE germano d’Ifigenia contralto
PILADE principe greco, amico di Oreste soprano
TOMIRI principessa ereditaria del soglio di Tauri soprano
MERODATE re de’ Sarmati tenore

Cori di Guerrieri sarmati, Satrapi di Scizia, Sacri Ministri del tempio di Diana.

La scena si finge nella città, e vicinanze d’Anticira, capitale della penisola di Tauri nella Scizia.

Argomento
Fuggendo Ifigenia dal fanatismo superstizioso de’ Greci, che in Aulide sacrificarla volevano, si procurò sconosciuta in Tauri di Scizia un asilo. Consacratasi quivi a Diana, sebbene estinta la compiangessero Clitennestra ed Agamennone, re d’Argo, suoi genitori, visse lungo tempo ignota fra le sacre vergini della casta dèa; e pervenne un giorno al supremo grado di gran sacerdotessa del famoso suo tempio. S’immolavano spietatamente in esso per cenno dell’inumano Toante, usurpator di quel regno, tutti gli sventurati stranieri, che a quella funesta spiaggia approdavano.
Pretese il tiranno di costringere Ifigenia ad incominciar l’esercizio di sì crudel ministero dal sacrificio del suo fratello Oreste.
Dal corso del presente dramma si potrà chiaramente vedere con qual disegno l’infelice in compagnia dell’amico Pilade si fosse trasportata nella Scizia: a quali rischi in quella barbara terra si trovasse miseramente esposto: come cessassero poi d’agitarlo i feroci rimorsi, che l’alterata fantasia gli turbavano colla rimembranza tormentosa della morte di Clitennestra, sua genitrice, che inosservata egli aveva di sua mano involontariamente uccisa: quando venisse riconosciuto da Ifigenia, che per averlo lasciato ancora bambino in Argo, non seppe rinvenirgli subito in volto l’adulte forme della smarrita sua fanciullezza: in che maniera gli riuscisse di sottrarsi uniti alla crudeltà di Toante: e quanto esemplarmente in fine volesse il cielo punita la barbarie, e l’empietà del tiranno.
I fondamenti principali, su cui fu da noi edificato, ci vennero somministrati da Pausan. Vall. Pater. Eurip. Sofoc. Apollodor. Hygin. ed altri.
Senz’alterar le più essenziali circostanze del fatto, ci siamo permesso l’arbitrio d’allontanarci in parte dalla comune favolosa opinione. Discostandoci così totalmente dall’inverosimilitudine d’ogni portentoso, e sovrumano accidente: e rettificando i caratteri di quegli attori, che nella nostra tragedia son destinati ad eccitar l’altrui pietà, e compassione, abbiamo tentato di renderne più interessante il soggetto; e meno incerto, e pericoloso il successo.

Atto primo

Scena prima
Bosco sacro a Diana. Facciata del tempio della dèa sulla destra. Spiaggia di mare in prospetto con dirupati pericolosi scogli a sinistra. Vedesi elevata nella sommità dello scosceso sasso un’alta impenetrabil torre, che difende il lido, e scopre di lontano i legni, che vengono per approdare al medesimo.
S’apre la scena subito che incomincia la sinfonia, qual esprime il rumore d’un’orrida, furiosa tempesta. Cielo ingombro d’oscurissime nuvole, pioggia, grandine, tuoni, baleni, e fulmini. Il mare è agitato, e sconvolto dal contrasto d’impetuosi venti, che scuotono, piegano, ed abbattono gli alberi della vicina selva. Comparisce da lunge una lacera, e sdrucita nave. Balzando lo smarrito legno qualche tempo incerto per l’onde, dal furor della procella è trasportato infine ad urtare, ed a infrangersi contro gli opposti scogli. Molti de’ naviganti periscono nel burrascoso mare; alcuni pochi se ne salvano sullo scoglio medesimo.
Si dissipa nel tempo dell’andante della sinfonia la tempesta. Si calman l’onde: il cielo si rasserena.
Accorrono gli Sciti sul lido per far preda delle reliquie del naufrago naviglio. S’attacca sulla spiaggia un ostinato, e fiero combattimento, misurato, ed espresso dal secondo allegro della sinfonia. La resistenza degli assaliti non può tener lungamente contro la forza degli aggressori. Il maggior numero gli opprime. Eccoli tutti in catene, alla riserva d’un solo, che armato di scudo, e di spada, dall’intera turba ostinatamente si difende. Inoltrandosi così combattendo verso la sacra foresta, allo strepito inusitato delle armi esce dall’atrio del tempio la gran sacerdotessa di Diana. Il coraggio del valoroso straniero la riempie d’ammirazione. Comanda agli Sciti di non profanare il sacro recinto: e cessa al primo suo cenno il combattimento, colla sinfonia.
Ifigenia, e Pilade.

IFIGENIA
Stranier, cedi al tuo fato.
(agli sciti)
E voi fermate
l’incaute piante.
(accennando gli prigionieri)
La vil turba inerme
nella vicina torre
vadasi a custodir. Sol questo audace
meco rimanga. Udiste?
Sacra a Diana è questa
foresta inaccessibile. Non lice
a lui ritrarne il piè, ch’orme profane
qui temerario impresse. Il nume offeso
pria convien che si plachi.
(partono gli sciti, conducendo gl’incatenati greci verso la vicina torre)

PILADE
Infranta legge
mai reo non fece peregrino ignaro.
Ma tu, donna, chi sei, che in mio soccorso,
non attesa, t’affretti?

IFIGENIA
Io quella sono,
che di tua vita il filo
troncar dovrebbe. A me così del regno
la legge impone. Altro alla tua salvezza
scampo non vidi, che sottrarti all’ire
di quel popol feroce. Al mio disegno
del violato bosco
il pretesto giovò.

PILADE
Stelle! E pur queste
di Tieste non sono
le ree contrade!

IFIGENIA
Ah trema.
Misero, tu non sai qual ti sovrasti
terribile sventura! Odi. Tu premi
della Scizia crudele
le barbariche arene. Il soglio avito
alla real Tomiri oggi ne usurpa
l’inumano Toante.

PILADE
E che degg’io
da lui temere?

IFIGENIA
In questo
tempio nefando, il cenno è suo, si svena
chiunque ai nostri approda
lidi esecrandi.

PILADE
E al detestabil rito
chi s’opponga non v’è?

IFIGENIA
Per me soppresso
fu fin dal dì che scelta al grado eccelso
del sacerdozio io fui.

PILADE
Perché vuoi dunque
ch’ora io paventi?

IFIGENIA
Nuovamente accese
del tiranno i furori un greco insano.

PILADE
Un greco?

IFIGENIA
Sì.

PILADE
Né sai

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