Il pastor fido

Tragicommedia pastorale.

Libretto di Giovanni Battista Guarini.
Musica di AUTORI VARI.

Prima esecuzione: gennaio 1602, VeneziaPalazzo dell’arcivescovo.

Le persone che parlano:

ALFEO fiume d’Arcadia sconosciuto
SILVIO figlio di Montano sconosciuto
LINCO vecchio servo di Montano sconosciuto
MIRTILLO amante d’Amarilli sconosciuto
ERGASTO compagno di Mirtilli sconosciuto
CORISCA innamorata di Mirtillo sconosciuto
MONTANO padre di Silvio, sacerdote sconosciuto
TITIRO padre d’Amarilli sconosciuto
DAMETA vecchio servo di Montano sconosciuto
SATIRO vecchio amante già di Corisca sconosciuto
DORINDA innamorata di Silvio sconosciuto
LUPINO capraio servo di Dorinda sconosciuto
AMARILLI figlia di Titiro sconosciuto
NICANDRO ministro maggiore del sacerdote sconosciuto
CORIDONE amante di Corisca sconosciuto
CARINO vecchio padre putativo di Mirtillo sconosciuto
URANIO vecchio compagno di Carino sconosciuto
MESSO sconosciuto
TIRENIO cieco indovino sconosciuto

Coro di Pastori.
Coro di Cacciatori.
Coro di Ninfe.
Coro di Sacerdoti.

La scena è in Arcadia.

Dedica
Hassi per fama celebre, e approvata d’autore non solo antico, ma curioso delle cose mirabili di natura; che la Fenice, stupendo, e unico augello della sua spezie; dopo che dal suo cenere per virtù dei raggi solari meravigliosamente è rinata; col suo primiero volo in verso ‘l tempio del Sole forse per adorar l’autore della sua nascita, s’indirizza. Non altrimenti principe sereniss. Il Pastor fido dai chiarissimi raggi della sua grazia tante volte illustrato; e finalmente con apparecchio si sontuoso di tal regina fatto spettacolo, che fu essa spettacolo a tutta Italia: ora in questa solenne forma; quasi vaga Fenice rinovellato a alt. sereniss. come a vero e magnanimo autore della sua gloria, di primo volo se n’ viene, con fine di riverirla, di ringraziarla, e esaltare, quant’è per lui possibile, il suo gran nome. Sì che dovunque il Pastor Fido si celebri, cioè per tutte quelle parti d’Europa, dove la nostra lingua si pregia; sia celebrata ancora quella virtù, colla quale l’a. v. secondo l’uso de’ veri principi, abbraccia gli uomini valorosi, e con effetti d’animo grande onora l’opere loro. Né già dè ella sdegnare d’esser in pregio per cagion degli studi, che son più nobili della pace, essendo in que’ della guerra tanto stimata. Percioché se dell’una, e dell’altra gli opportuni tempi sono distinti, e per ciò non potendo chi è guerriero, e principe insieme obbligato al governo de’ popoli, aver sempre occasione di guerra, dov’egli degnamente possa impiegarsi; valoroso per diritta ragione dovrà esser chiamato quello, che nell’ozio non s’ammollisce, e passa con tanta agevolezza dal riposo al travaglio, che la memoria della passata quiete no ‘l renda niente men forte nel tollerare le fatiche presenti. Chi è colui, che oggi non vegga principe sereniss. che per l’addietro al valoroso animo suo l’occasione sola è mancata? Conciosiacosaché essendo ella suta un gran tempo, come macchina senza moto; non così tosto l’ha ricevuto, che non fu mai nell’armi, né Annibale sì feroce, né Pirro sì vivace, né Scipione sì valoroso, come ella in tutti i tempi delle più importanti, e malagevoli imprese di subito s’è mostrata: non senza meraviglia di tutti, e specialmente delle straniere nazioni più bellicose, alle quali ha fatto conoscere, che sorte di guerrieri produca l’ozio in Italia. Qui certo non canto favole, ne porto cose di secoli; né fatti appena vivi nell’altrui carte, e tanto veri quanto creduti: ma parlo cose sì manifeste, e tanto recenti, che s’elle fossero false; dagli eserciti vivi potrebbon essermi rinfacciate: cose da mill’occhi testè vedute, da mille lingue oggi esaltate. E come queste in un concento solo s’accordano, e del nome di lei risuonano; così non è chi sappia ben dire qual sia stato maggiore in lei o l’ardir ne’ pericoli, o l’ardor nel combattere, o la sofferenza nelle fatiche, o la vigilanza nelle difficoltà, o l’accortezza nel provvedere, o ‘l senno nel discorrere, o la prontezza nell’intraprendere; e finalmente qual parte o d’animoso guerriero, o di gran capitano abbia meglio, e con più lode sempre adempiuta. Ma forse oltre il dovere la troppo ardita mia penna è per soverchio affetto trascorsa. Con tutto ciò ne spero da lei perdono: poiché dovendo io dedicarle quest’opera; e perciò farla alla presenza di lei più bella, e meglio adorna, che per me sia possibile, comparire, qual bellezza, o quale ornamento poteva io procurarle, che fosse tanto nobile, e tanto degno di lei, quant’è ‘l riflesso, ch’egli viene a ricever dal suo splendore? Sarà ben temerario colui, ch’adonti il Pastor Fido da tale, e tanto principe si altamente onorato. Dunque s’ella degnò di esaltarlo nella sua scena, degni ancor di gradirlo nella mia stampa la quale vuol’essa ancora splendidamente co’ lumi di dottrina, coll’armonia delle muse, e con altre vaghezze d’arte, e d’ingegno rappresentarlo nel teatro del mondo agl’occhi dello ‘ntelletto, come fu dinanzi a quelli del senso per opra di v. a. meraviglioso, e ricco spettacolo. Alla quale umilmente inchinandomi prego dio, che le conceda felicissimo fine d’ogni suo desiderio.
Di Venezia li 12 di gennaio MDCII
Di v. alt. serenissima
umilissimo, e devotiss servitore
Gio. Battista Ciotti.

Argomento
Sacrificavano gli Arcadi a Diana loro dèa ciascun’anno una giovane del paese; così gran tempo avanti per cessar assai più gravi pericoli; dall’oracolo consigliati, il quale indi a non molto, ricercato del fine di tanto male, aveva loro in questa guisa risposto.
Non avra prima fin quel, che v’offende,
che duo semi del ciel congiunga Amore,
e di donna infedel l’antico errore
l’alta pietà d’un Pastor Fido ammende.
Mosso da questo vaticinio Montano sacerdote della medesima dèa: si come quegli, che l’origine sua ad Ercole riferiva, procurò che fosse Silvio unico suo figliolo, sì come solennemente fu, in matrimonio promessa Amarilli nobilissima ninfa, e figlia altresì unica di Titiro discendente da Pane, le quali nozze tutto che instantemente i padri loro sollecitassero, non si recavano però al fine desiderato; conciofosse cosa che il giovinetto, il quale niuna maggior vaghezza aveva, che della caccia, dai pensieri amorosi lontanissimo si vivesse. Era in tanto della promessa Amarilli fieramente acceso un pastore nominato Mirtillo, figliolo, come egli si credea, di Carino pastore nato in Arcadia, ma che di lungo tempo nel paese di Elide dimorava, ed ella amava altresì lui, ma non ardiva di discovrirglielo per timor della legge, che con pena di morte la femminile infedeltà, severamente puniva. La qual cosa prestando a Corisca molto comoda occasione di nuocer alla donzella, odiata da lei per amor di Mirtillo, di cui essa capricciosamente s’era invaghita: sperando per la morte della rivale di vincer più agevolmente la costantissima fede di quel pastore: in guisa adopra con sue menzogne, ed inganni, che i miseri amanti incautamente, e con intenzione da quella, che vien loro imputata, molto diversa, si conducono dentro ad una spelonca, dove accusati da un satiro, ambedue sono presi, e Amarilli non potendo giustificare la sua innocenza, alla morte vien condannata, la quale ancora che Mirtillo non dubiti, lei troppo bene aver meritata; ed egli per la legge, che la sola donna castiga, sappia di poterne andar assoluto; delibera nondimeno di voler morire per lei; si come di poter fare dalla medesima legge gli è conceduto. Essendo egli dunque da Montano, a cui per essere sacerdote, questa cura s’appartenea, condotto alla morte, sopraggiunto in questo Carino, che veniva da lui cercando, e vedutolo in atto agli occhi suoi non meno miserabile che improvviso; sì come quegli, che niente meno l’amava, che se figliolo per natura stato gli fosse, mentre si sforza per camparlo da morte, di provare con sue ragioni, ch’egli sia forestiero, e perciò incapace a poter esser vittima per altrui, viene, non accorgendosene egli stesso, a scoprire, che ‘l suo Mirtillo è figliolo del sacerdote Montano. Il quale suo vero padre rammaricandosi di dover essere ministro della legge nel proprio sangue, da Tirenio cieco indovino vien fatto chiaro colla interpretazione dell’oracolo stesso, non solo repugnare alla volonta de gli iddii, che quella vittima si consacri: ma essere eziandio delle miserie d’Arcadia quel fin venuto, che fu loro dalla divina voce predetta. Colla quale mentre tutto il successo vanno accordando; conchiudono, che Amarilli d’altrui non possa, ne debba essere sposa, che di Mirtillo. E perché poco innanzi Silvio, credendosi di saettare una fera, avea piagata Dorinda, miseramente accesa di lui; e per cotale accidente la solita sua durezza in amorosa pietà cangiata; poi che già era la piaga di quella ninfa, che fu creduta mortale, ridotta a termine di salute, ed era di Mirtillo divenuta sposa Amarilli; anch’esso già fatto amante, sposa Dorinda. Per cagione de’ quali oltre ad ogni loro credenza felicissimi avvenimenti, ravvedutasi alfin Corisca: dopo l’aver trovato da gli amanti sposi perdono, tutta racconsolata, ancor che sazia del mondo, si dispone di cangiar vita.

Prologo

Scena unica
Alfeo fiume d’Arcadia.

ALFEO
Se per antica, e forse
da noi negletta, e non creduta fama
avete mai d’innamorato fiume
le meraviglie udite,
che per seguir l’onda fugace, e schiva
dell’amata Aretusa
corse (o forza d’amor) le più profonde
viscere della terra;
e del mar penetrando;
là dove sotto alla gran mole etnea
non so se fulminato, o fulminante
vibra il fiero gigante

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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