Il Tito

Melodramma.

Libretto di Nicolò Beregan.
Musica di Antonio Cesti.

Prima esecuzione: 13 febbraio 1666, VeneziaTeatro Santi Giovanni e Paolo.

Interlocutori:

TITO figlio di Vespasiano imperatore soprano
BERENICE regina di Giudea, sorella d’Agrippa, amante di Polemone re di Licia soprano
AGRIPPA tetrarca, fratello di Berenice tenore
DOMIZIANO fratello di Tito soprano
POLEMONE re di Licia, amante di Berenice tenore
MARZIA Fulvia, matrona romana, amante di Tito soprano
Flavia SABINA nipote di Vespasiano in abito di soldato, amante di Celso soprano
CELSO nipote del gran Corbulone, amante di Sabina soprano
Largio LEPIDO generale delle romane legioni contralto
ELIO capitano delle coorti basso
Aulo CINNA favorito di Domiziano tenore
APOLLONIO mago famoso basso
LUCINDO paggio di Marzia tenore
NINFO servo di Domiziano contralto
MESSO basso

 

Eccellentissimi principi
Ascrisse Roma a portento, che tre soli servissero di faci funebri all’occaso di Cesare. Attribuirà per lo contrario il mondo a felice auspicio nel veder l’ee. vv. compartire in questo punto il triplicato lume dei loro favori al rinascer d’un Tito. Potrà questi ancorché sepolto nell’urne del Lazio vantarsi anco in questo secolo d’esser la delizia dell’universo s’avrà fortuna d’esser onorato dell’aggradimento di principi cotanto illustri; le cui gesta entro le reggie de’ maggiori monarchi decanta con tromba incessante la fama: portando l’uno per prezzo delle eroiche imprese degl’avi, e per premio dovuto ad un più famoso Giasone l’aurata pelle del Tosone d’Iberia: l’altro per aver tra mari di sangue fatti ventilare i gigli de’ gloriosi Borboni, sommo duce, e gran pari fu della regia colomba insignito. Né minore fu lo stupore della vasta Lutezia, allor che adorando le sovraumane doti di principessa cotanto saggia, confessò d’ammirare sotto un volto di Venere la sua Minerva; pianse lunga stagione il Tebro la perdita delle sue pompe; quando per consolarlo il porporato sostegno della Francia la rese sovrana colonna d’Italia. Accolgano l’ee. vv. con lieta fronte la composizione d’uno de più nobili ingegni dell’Adria; Dovendosi a ragione consacrar a’ principi, che si pregiano d’esser uniti al chiaro sangue d’un Giulio l’opere più magnanime d’un augusto; rassegnandomi

di vv. ee.
Venezia li 13 febbraio 1666
Hum. div. e oblig. servus
Steffano Curti

L’autore a chi legge
Dio voglia, benigno lettore, che questo dramma composto nello spazio d’un lustro, ancorché concepito da elefante, non sortisca una vita da effimera. Confesso di non temere il livore degl’aristarchi, ancorché si verifichi pur troppo in quelli, che calcano la strada poetica, l’avviso che il sole diede a Fetonte
per insidias iter est formasq; ferarum.
Ma inorridito al riflesso del mio debile ingegno, che facendo i voli d’Icaro
Coeliq; cupidine tactu
altius egit iter.
Chi non ha l’idea di Stasicrate, o gli scalpelli di Fidia mal può intraprender di formar gl’Alessandri: tuttavolta non so come tollimus ingentes animos, ed ho stimato minor male il compiacere al genio, ch’il far da Saturno, o rinnovare l’azione dell’esecrata Medea sbranando un parto ormai fatto adulto già qualche tempo. Or seguane che può: potrò almeno inscrivere a piedi di questa composizione ciò che per elogio scrissero le piangenti Eliadi sul tumulo del precipitato fratello
Quod si non tenuit
Magnis tamen cecidit ausis.
È vero, che per non moverti maggiormente a compassione delle mie inezie, ho fatto da Timante col velarti il mio nome; l’averti però altre volte veduto con occhio benigno a blandire il mio Annibale, mi fa crederti altrettanto gentile nell’accoglier il Tito; il quale recitato da primi cantanti d’Europa, e animato dalla musica impareggiabile del sig. cavalier Antonio Cesti, ora, per lo mezzo della splendidezza di chi lo fa rappresentare rinasce alle scene, leggi, vedi, e gioisci.

Argomento
Tito cesare, dopo la morte di Ottone acclamato dai capitani dell’Oriente il di lui padre Vespasiano all’imperio, e stabilito per opera di Antonio, e Licinio Mutiano con l’uccisione di Vitellio, nella monarchia del mondo, fu lasciato dal genitore con parte delle romane legioni all’espugnazione di Gerosolima, la quale presa dopo ostinato assedio per assalto, fu mandata a ferro e a fuoco dall’armi latine; accioché il vasto incendio di città sì grande servisse di rogo all’orrenda strage d’un milione di difensori. Infinito fu il numero de’ prigionieri, tra quali capitò in potestà di cesare Polemone re di Licia, che tratto dall’amore della regina Berenice sorella di Agrippa tetrarca la rapì notturno amante fuori di cesarea, e la condusse in Gerusalemme, ma reso cattivo insieme con Berenice, riconosciuta questa dal fratello, che guerreggiava in favor de’ romani, ne conseguisce la libertà; Tito se ne invaghisce, Domiziano ne resta acceso; tutto il campo poco meno, ch’innamorato. Formandosi con vari accidenti l’epitesi, e la catastrofe del melodramma, che segue.

Atto primo

Scena prima
Si vedrà l’assalto, e presa di Gerosolima.
Berenice. Polemone.

BERENICE
Chi mi soccorre, o dio?

POLEMONE
Confida in questo braccio, idolo mio.

BERENICE
Frena, mio re, l’ardire
del nemico roman fuggi lo sdegno,
serba te stesso a Berenice, e al regno.

POLEMONE
Mi circondino pur stragi, e ruine,
vada il regno distrutto,
pera, pur ch’io ti salvi il mondo tutto.

BERENICE
Cedi all’empia fortuna,
fuggi, deh fuggi, o sire
l’imminente periglio,
ch’irritar i più forti è van consiglio.

POLEMONE
Amor giova agli audaci;
pugnerà questo ferro,
e fra monti d’estinti
misti n’andranno ai vincitori i vinti;
e s’egli è ver, che ne’ volumi eterni
con penna d’adamante
scrisse lassù la mia caduta il fato,
qual più felice sorte,
ch’in braccio alla mia vita aver la morte.

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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