La caduta di Elio Seiano

Dramma per musica

Libretto di Nicolò Minato
Musica di Antonio Sartorio

Prima esecuzione: febbraio 1667, Venezia, Teatro San Salvatore.

Intervenienti:

TIBERIO imperatore basso
Elio SEIANO tenore
AGRIPPINA sorella di Gaio soprano
G. CESARE fratello di Agrippina soprano
VIPSANIO Agrippa, loro padre basso
GERMANICO fratello di Livia e Claudio soprano
LIVIA sorella di Germanico e Claudio soprano
CLAUDIO che viene ucciso, fratello di Livia e Germanico altro
LIGDO confidente di Seiano tenore
PLANCINA vecchia contralto
EUDEMO paggio soprano
OMBRA DI DRUSO che fu marito di Livia e fu fatto avvelenar da Seiano altro

Littori. Coro di Soldati. Coro di Servi. Coro di Damigelle. Coro di Cavalieri. Coro di Paggi. Coro di Popolo.

L’opera si rappresenta in Roma.

Libretto – La caduta di Elio Seiano

Serenissima e clementissima maestà
Sono così cospicue le grazie fatte dall’altezza serenissima del signor duca di Bransvich fratello della maestà vostra, con il dono de’ suoi virtuosi, alla rappresentazione di due mie drammatiche composizioni per queste venete scene; ed è così immenso l’ossequio mio alla serenissima, ed augustissima sua casa, che obbligano la mia divozione a consacrare alle glorie immortali della medesima l’uno, e l’altro di questi drammi. L’uno, intitolato La prosperità di Elio Seiano, risplende felicitato col nome di quella altezza serenissima; degnisi la benignità di vostra maestà che l’altro nominato La caduta, resti, con lo splendore del suo, glorificato. Se riflettono nell’ombre gl’aumenti di gloria alle loro memorie, quella di Seiano si pregerà delle sue cadute, ora illustrate co’ raggi della grazia di vostra maestà. Beatifichi ella la mia umiliata riverenza, e non sdegni dalla sublimità della sua grandezza rivolgere uno sguardo benigno a questi fogli, rammentandosi, che anco il sole, re de’ pianeti, si mostrò sì benefico, che seppe una volta co’ raggi dar spirito, e voce fino alle statue: e permetta, ch’io riceva in dono la gloria di pubblicarmi all’universo.

Della maestà vostra
Di Venezia
li 3 febbraio 1667
Umilissimo, divoto ed obbligato servitore
Nicolò Minato

Lettore
Eccoti La caduta subordinata alla Prosperità di Seiano.
Proseguisco nell’istoria medesima, e ti prego proseguire tu ancora nell’ordinario compatimento delle mie debolezze.
Vi troverai l’invenzione d’una concorrenza d’obligazioni, e d’offese tra Germanico, e Cesare, e vedrai sdegni sospesi, e moderati da nobiltà, e cortesia: contentati di rifletterle come azioni di sentimento generoso; né li misurar con l’idee popolari de’ tempi corrotti. E se trovi chi s’esprima, che non gli vadano a senso, osserva, e vedrai esser persone di basso grado, che non arrivano a concepire elevati sentimenti d’anima eroica. Rammentati, che le rappresentazioni di questi drammi furono dagl’antichi inventate per insegnare la perfezione de’ costumi onde l’azioni, che vi figurano, devono formarsi all’idea di quello che doverebbe essere, se non di quello che è. In tutto però compatiscimi: ben avrai onde ammirare, e i virtuosi insigni, che vi rappresentano, e la musica dell’istesso sig. Antonio Sartorio, che se nell’altra opera s’ha fatto acclamare per meraviglioso, in questa si merita la corona d’Apollo. Intendi le solite voci di fato, dèi, e simili col sano sentimento di vero cattolico: e vivi felice.

Argomento
Di quello che si ha dall’istoria.
Dopo lunga felicità, stanco il cielo di più soffrire l’iniquità di Seiano, permise che si scoprisse aver lui, molt’anni prima, fatto cader di veleno Druso, marito di Livia. Si cangiò la sua fortuna, cadé dalle grandezze, e rimesso da Tiberio al senato il giudizio delle sue colpe, restò condannato; e con volontario fine prevenne l’esecuzione della sentenza. Furono poi strascinate dal popolo per la città le sue statue, e rimanendo detestabile la sua memoria fu esempio famoso a chi per ingiuste vie s’innalza a i favori della fortuna. Ita Tacit.
Di quello che si finge.
Per far sortire dall’intreccio dell’opera precedente, nominata La prosperità di Seiano, il presente dramma in titolato La caduta, si fingono i seguenti verisimili.
Che Seiano vedendo felicitati Germanico, e Agrippina con la conclusione delle loro nozze, finga alcune lettere, le faccia porre nelle vesti d’Agrippina, e mostrandosi geloso della riputazione di Germanico, fingendo d’avvisarlo a suo vantaggio, gli faccia apparire impudica la sposa: onde Germanico dopo colti i baci sponsali ne professi il rifiuto, senza renderne altra ragione; così indotto dalla sagacità dell’ingannator Seiano. Che arrivi in Roma Vipsanio Agrippa padre d’Agrippina, e trovandola rifiutata da Germanico, senza ragione, voglia prenderne vendetta: e che a ciò mova G. Cesare suo figliuolo, che da lui era tenuto occulto, per oracolo ch’avesse avuto da Apollo che se non lo celava fino al terzo lustro, correva rischio di gran sventure. Che G. Cesare con Germanico passi amicizia, e riceva favori: indi succeda che egli assalito da Claudio fratello di Germanico a soggezione di Seiano, difendendosi lo ferisca non conoscendolo, sì che sia creduto morto. Onde Cesare sia offeso da Germanico col rifiuto d’Agrippina sua sorella, e Germanico da Cesare col creduto omicidio del fratello. E che per strani incontri nascano tra di essi vicendevoli obligazioni: e combattano nella nobiltà de’ loro animi le offese con i favori, e le cortesie con gli sdegni fino allo scoprimento dell’innocenza d’Agrippina, e della vita di Claudio; vedendosi esser effetti del giusto destino le tepidezze, e sospensioni de’ loro sdegni, e l’occulta forza delle loro cortesie.

Atto primo

Scena prima
Sala regia.
L’Ombra di Druso. Germanico. Livia. Agrippina. Seiano. Genti. Cavalieri.
Essendo preceduto un fulmine caduto sopra la statua di Seiano: è comparsa l’Ombra di Druso, a disturbar le nozze, che s’erano concluse nell’opera intitolata La prosperità di Seiano; si vede in questo principio l’istessa scena con li medesimi personaggi nell’istesso stato. E sparisce l’Ombra di Druso.

LIVIA E SEIANO
Che prodigi!

AGRIPPINA E GERMANICO
Che portenti!

SEIANO
Interrotti sponsali?

GERMANICO
Impediti contenti?

AGRIPPINA E GERMANICO
Che prodigi!

LIVIA E SEIANO
Che portenti!

Scena seconda
Cortile.
Vipsanio. G. Cesare.

VIPSANIO
Quand’il crin si fa d’argento,
e lo sguardo ha lumi tremoli,
del contento
i martir son fatti gl’emoli,
non si speri di gioire
quando gl’anni incanutiscono,
ch’il martire
e i tormenti sol fioriscono.
Figlio! (Che tal poss’io,
or che non v’è chi m’oda
senza timor chiamarti.) Amato figlio!

CESARE
Genitor riverito
pur ti riveggo in Roma!

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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