La Doriclea

Dramma Musicale

Libretto di Giovanni Faustini.
Musica di Francesco Cavalli.

Prima esecuzione: anno 1645, Venezia, Teatro San Cassiano.

Interlocutori

Prologo
L’ AMBIZIONE soprano
L’ IGNORANZA soprano
La VIRTÙ soprano
La GLORIA contralto
Dramma
DORICLEA moglie di Tigrane soprano
TIGRANE re d’Armenia contralto
ORONTE soldato armeno basso
SURENA capitano dei parti basso
ARTABANO re de’ parti tenore
CLITODORO medico regio tenore
EURINDA sorella di Artabano soprano
MELLOE dama d’Eurinda soprano
FARNACE principe ibero contralto
SABARI moro, scudiero di Farnace basso
VENERE soprano
MERCURIO contralto
ORINDO nano, paggio di Farnace soprano
L’ IRA ministra di Marte contralto
Il FURORE ministro di Marte basso
La DISCORDIA ministra di Marte soprano
MARTE basso
MESSO tenore
LA PACE contralto

Coro di Soldati armeni, coro di Amorini, coro di Cittadini d’Artassata.

Taciti:
coro di Soldati di Surena,
coro di Soldati parti pretoriani,
coro di Damigelle d’Eurinda.

Parte della favola si rappresenta sopra le rive dell’Arasse, parte nella città di Artassata.

All’eccellentissimo
…signor Maurizio Tirelli.
Non posso più raffrenare, eccellentissimo signor mio, gl’empiti generosi di Doriclea: intollerante di rimanere sepolta nell’angustezze della casa paterna, si parte dalle mosse per giungere alle mete d’una gloria immortale. Semplice, ella è giovane, e guidata dalla cieca scorta del suo ardimento non paventa gl’Alcidi, che la sfidano, e non mira l’insidie, apprestatele per impedirle il cammino, da due potenti nemiche, l’emulazione interessata, e l’ignoranza pretendente. Mi vaticina il core, che con la spada saprà schermirsi dalle clave degl’Ercoli, ma temo che non inciampi il suo piede ne’ lacci tesile da queste due femmine pazze, e inviperite. Tocca a v. s. eccellentissima, come amico del padre, e per l’affetto, che porta a questa amazzone, quale ha tratto, si può dire, i primi vagiti nelle sue braccia, ad assicurarle il sentiero, e a difendere la sua riputazione, contro la sfacciata ambizione di certi rozzi versificatori, che poveri d’invenzioni, o per dir meglio dissipatori dell’altrui, trattano l’arti della maldicenza, tentando di deturpare le composizioni de gl’ingegni migliori de’ loro, non sapendo queste piche la difficoltà dell’inventare, perché non hanno giammai inventato, e ch’egli è, come mi disse lei una volta, un filosofare.
Consegno dunque a v. s. eccellentissima Doriclea, e mi do a credere, ch’ella sarà per vivere una vita gloriosa nella serie de’ futuri secoli, mentre verrà protetta dall’Ippocrate de’ nostri tempi; e in vero s’ora regnassero le favolose deitadi di Omero voi sareste il loro Peone, onde a imitazione di Menecrate potete usare il titolo di Giove, avendo più volte a guisa d’Esculapio ravvivati i cadaveri: e s’Antonio Musa ebbe d’Augusto una statua per l’ottenuta salute, voi meritate i colossi per tanti conservati individui. Prosperi il cielo per la prosperità de gl’uomini v. s. eccellentissima, ch’io per fine le bacio le mani.

Giovanni Faustini.

 

Argomento
Artabano, pronepote di quell’Arsace, che costituì l’Impero de Parti formidabile alla grandezza romana, desideroso di uguagliare la gloria de’ suoi antenati con dilatare i confini di quel vasto dominio con novi acquisti, dopo aver posto il giogo a popoli di Battro, e a Sogdiani confinanti con i fiumi Oxo, e Iaxarte, drizzò l’armi vittoriose, e fortunate contro Tigrane re dell’Armenia. Questi sconfitto più volte dal bellicoso Artabano, e persa Tigrano certa fede reale, reso, qual Anteo, più vigoroso nelle cadute, fece conoscere al parto, che le sue saette non erano valevoli a paventare un core, che non temeva punto quelle dell’implacabil fortuna: alla fine radunati di novo gli avanzi delle sue perdite, gettò un ponte sopra l’Arasse, e andò ad assalire sino nelle trincere il nemico. Era Artabano intento all’oppugnazione d’Artassata che pertinace nell’affetto del suo signore avea sola fra tutte l’altre città armene sprezzate le sue vittorie, e negato di rendere tributo alla Partia. Combatterono ostinatamente ambo gl’eserciti nelle campagne arassene, in faccia de gl’assediati, l’uno per la gloria, l’altro per la libertà dell’Armenia, ma dopo vari eventi ora di prospero, e ora d’avverso Marte, provò il generoso, ed infelice Tigrane non dissimili da’ primi i fati di quella giornata; fu rotto, e dissipate a fatto le reliquie delle sue squadre fugge, seguito da pochi, la fortuna del vincitore.
Doriclea, nata del sangue reale di Ponto, ch’avea voluto essere sempre a parte di tristi casi del suo caro consorte, e tra gl’eserciti, e nelle mischie errare armata, e combattere per la sua vita, fece sconosciuta quel giorno prove di valore inudite.
Ella quasi un folgore aperse l’ordinanze parte, e atterrando chi tentava d’opporsi al suo coraggio penetrò nel centro dell’esercito ostile, e ivi ad onta di mille ferri ferì Artabano: pure veduto abbandonato da chi regge le cose umane l’ardire armeno, mortole sotto il destriero, e ferita da più saette nelle parti più nervose de’ piedi, accompagna, benché pigra al corso, la fuga dell’amato Tigrane. Dalla rotta dell’esercito armeno, e dalla fuga di Tigrane, e di Doriclea principiano le azioni della favola.

 

Prologo

Scena unica
Fingesi la scena.
Il monte della Virtù, nelle cui cime si rimira il tempio della Gloria.
L’Ambizione, l’Ignoranza, la Virtù, la Gloria.

AMBIZIONE
Terminato è ‘l viaggio,
ecco il monte sorella.

IGNORANZA
Ohimè com’impedita
e da tronchi, e da sterpi è la salita?
Quei macigni pendenti,
quell’erte rupi ruinose, orrende,
promettono i sepolcri a chi v’ascende.
Sciagurata la brama,
che di salire della gloria al tempio,
qui, dalle regge ov’alberghiam, mi trasse:
e tu perché mi fosti
mal saggia Ambizione
d’impresa disperata, e guida, e sprone?

AMBIZIONE
Ben tu sei l’ignoranza.
E che credevi forse,
che si salisse qui come te n’ vai
per le cittadi in carro d’oro assisa,
con la fortuna a lato? Il piè calloso
convien di fare, ha’ da sudar la fronte
pria ch’al tempio si giunga, e varchi il monte.

IGNORANZA
Non avrò cor giammai
di calcar questa via così scoscesa,
e avvezza alle mollizie, io non potrei
orma stampar, benché volessi, in lei.

AMBIZIONE
T’avviliscono i lussi.
Al delubro immortale
ti condurrò sull’ale.

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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