La finta pazza
Dramma.

Libretto di Giulio Strozzi.
Musica di Francesco Sacrati.

Prima esecuzione: 14 febbraio 1641, VeneziaTeatro Novissimo.

Personaggi:

Prologo: IL CONSIGLIO IMPROVVISO soprano
ULISSE re d’Itaca, ambasciatore della Grecia contralto
DIOMEDE re d’Etolia, ambasciatore della Grecia tenore
CAPITANO della guardia basso
GIUNONE soprano
MINERVA soprano
TETIDE madre d’Achille tenore
ACHILLE contralto
DEIDAMIA figliola di Licomede, finta pazza soprano
La VITTORIA soprano
GIOVE basso
VENERE soprano
AMORE altro
LICOMEDE re di Sciro basso
EUNUCO musico di corte tenore
VULCANO basso
NUTRICE di Deidamia con Pirro tenore
CARONTE altro
AURORA altro
FLORA altro

Coro d’Isolani. Coro degli Dèi. Coro di Damigelle di corte. Coro di Pazzerelli buffoni, parte muta. Caronte. Coro di Menti celesti.

La scena è nell’isoletta di Sciro nell’arcipelago.

All’illustrissimo…
All’illustrissimo
sig. e padron mio colendissimo
il sig. Gio. Paolo Vidmano
conte d’Ortemburgo,
barone di Paterniano, e di Summerech, nella Carinthia Superiore
Illustrissimo signor compare,
dono a v. s. illustrissima la mia Finta Pazza, ma dubito, che questa volta sarò io il pazzo vero, col sottopormi sì vogliosamente al rigoroso esame de’ teatri, e della stampa, non considerando, che oggidì bene spesso merita più d’esser legato l’autore, ch’il libro.
Non sarò almeno tenuto stolto in eleggere un curatore alle mie leggerezze, ed in ricorrere alla protezione di v. s. illustrissima, che è il vero ritratto della prudenza civile, e ‘l modesto primogenito della buona fortuna; nato per accrescere i progressi riguardevoli della sua felicissima casa, ed uso, con la molta sua autorità, a sollevar gli amici a gradi, e comodi non volgari; onde ella, compatendo le debolezze di quest’opera, non mi sarà scarsa della sua grazia, e le bacio riverente le mani.

In Venezia li 14 gennaio 1641
Di v. s. illustrissima
devotiss. ed obbligatiss. servitore
Giulio Strozzi

Al lettore
Questa è l’ottava fatica rappresentativa, che mi trovo aver fatta; cinque delle quali hanno di già più volte passeggiate le scene, e ‘n questa m’è riuscito assai felicemente lo sciorre più d’un nodo di lei senza magia, e senza ricorrere a gli aiuti sopranaturali, e divini.
Non ti ridere dell’umiltà del nome, né della qualità della materia, imperciocché ho voluto tenermi basso con l’iscrizione, e stretto con l’invito, per corrispondere senza altisonanza di titoli nel rimanente molto meglio alla poca aspettazione dell’opera; e ricordati, che molti uomini grandi con simulata pazzia hanno effettuato i lor prudentissimi consigli in gran beneficio della patria. Questo sia detto per iscusa, poscia che il saper far bene da pazzo, tu sai, o lettore, che non è impresa da tutti gl’ingegni, e molto maggiormente il voler con eleganza spiegare i capricci degli stolti non è maneggio da tutte le penne; per questo mi condonerai alcuna cosa, che non fosse interamente di tuo soddisfacimento.
Supplice alla povertà de’ miei concetti il tesoro della musica del sig. Francesco Sacrati parmigiano, il quale meravigliosamente ha saputo con le sue armonie adornar i miei versi, e con la stessa meraviglia ha potuto ancor metter insieme un nobilissimo coro di tanti esquisitissimi cigni d’Italia. E fin dal Tebro nel maggior rigor d’un orrida stagione ha condotta su l’Adria una soavissima sirena, che dolcemente rapisce gli animi, ed alletta gli occhi, e l’orecchie degli ascoltatori. Dalla diligenza del sig. Sacrati deve riconoscere la città di Venezia il favore della virtuosissima signora Anna Renzi.

Sonetti del sig. Francesco Melosi
Alla signora Anna Renzi celebre cantatrice di Roma, rappresentante in Venezia La finta pazza.
Ben del Tebro a ragion lasci l’arene,
per bear d’Adria le famose sponde,
che sol del mar, e non de’ fiumi a l’onde
è dato in sorte il ricettar sirene.
Ecco il tuo piè fa insuperbir le scene,
nettare a’ detti tuoi l’aria diffonde,
e tolte al crin le trasformate fronde
a tributarti il biondo arcier se n’ viene.
Tacciansi, e cetre argive, e plettri achei,
e si copran d’oblio gli alti stupori,
ch’oprar co’ i mostri i favolosi orfei:
che son del cantar tuo glorie maggiori,
ove han libero scettro i semidèi,
farsi tiranno, e depredare i cori.
Fonte ha colà nel più cocente regno,
cui se appressa mortal all’arida bocca
dal fugace liquor non prima è tocca,
che di pazzo furor s’empie l’ingegno.
Forse quest’onde a miserabil segno
trasser costei, ch’in folle oblio trabocca,
e d’accenti canori i dardi scocca,
omicida, e ne’ vezzi, e nello sdegno?
Langue ogni saggio a questa pazza avante,
e desia per aver suon più giocondo
l’armonia delle sfere esser baccante.
Stolto, chi vago di saper profondo
sui fogli a impallidir stassi anelante,
s’oggi una pazza idolatrar fa il mondo.

L’inventore de’ gl’apparati a’ lettori (Parigi, 1645)
Sarebbe stata temerità la mia se in una città così gloriosa, ove l’architettura tiene il suo trono per l’abbondanza de’ sublimi ingegni io avessi voluto mostrare con le presenti feste teatrali la mia imbecillità, e pretendere di render soddisfatti tanti virtuosi, senza l’ordine di chi ha potuto comandarmi. Ti prego qualunque tu sia a credere, che fuor di tali comandi meno avrei osato pensarvi, come in virtù de’ medesimi ringrazio la mia sorte, che m’ha destinato tant’onore, conosco le mie azioni di poco merito se la tua cortesia non l’amplifica, la brevità del tempo ha estenuata la mia operazione; ma non già la fatica per desiderio di ben servire: questi piuttosto abbozzati, che reali disegni, siccome come sono parti notturni così sariano da me stati donati alle tenebre se non sapessi, che il lume del tuo cortesissimo affetto, è bastante a trar anco l’ombre da’ sepolcri. L’intagliatore è bravissimo, ma in pochi giorni poco si può, oltre che stanzando egli assai lontano dal teatro, e quivi essendo necessaria la mia continua assistenza non ho potuto presenzialmente somministrargli molte particolarità, che ne’ miei abbozzi erano più proprie: altre volte ho fatto vedere al mondo qualche mia fatica con soddisfazione dell’universale, e spererei se venisse l’occasione, di poterlo confermare con gl’effetti, quand’avessi, con maggior forza più tempo, e sito più proporzionato, che forse conosceresti d’avantaggio quanto io sia ambizioso di compiacerti. Vivi felice.

Prologo

Scena unica
Il consiglio improvviso.
Io non ho benda, o face;
non ho faretra, o dardi;
né segno altro volgar, che mi palesi;
mi chiamano il Consiglio,
ma non quel grave figlio
di molti e molti padri a cui son l’ore
dotte nutrici, e precettore il tempo
io nacqui in fretta, in fretta
di genitor mendico.
Su l’arene d’Olimpo in mezzo ai giochi
il bisogno è mio padre,
fecondo genitor di molti figli,
bisognevoli tutti: e io son ricco
d’oro non già, ma di partiti industri.
Voi, belle donne illustri,
ben lo sapete, a cui
ne’ mendicati amori
dispenso i miei tesori,
e d’aver godo un degno
trono nel vostro ingegno:
che tra le sfere lucide, e beate
m’aggiro de’ vostr’occhi, e invito ognora
voi tutte al godimento. A me, che sono
il suo figlio minor, diè la prudenza,
questo serpe volante,
ma l’altro mio fratello

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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