La Flora
Favola rappresentata in musica.

Libretto di Andrea Salvadori.
Musica di Marco Da Gagliano.

Prima esecuzione: 14 ottobre 1628, FirenzePalazzo Pitti.

Personaggi, che intervengono:

IMENEO fa il prologo tenore
MERCURIO contralto
BERECINZIA dèa della terra soprano
ZEFFIRO vento di primavera soprano
VENERE soprano
AMORE soprano
CLORI ninfa de’ campi toscani, chiamata poi Flora soprano
CORILLA ninfa sua compagna soprano
PANE dio de’ pastori tenore
LIRINDO pastore amante di Corilla tenore
TRITONE dio marino tenore
Pasitea, Aglaia e Talìa, LE TRE GRAZIE (soprani) altro
PLUTONE basso
EACO giudice infernale tenore
RADAMANTO giudice infernale tenore
MINOSSE giudice infernale tenore
GELOSIA contralto
AUSTRO vento di mezzogiorno tenore
BOREA vento di tramontana tenore
NETTUNO tenore
GIOVE tenore
APOLLO tenore

Coro di Napee, Silvani, e Satiri. Coro di Tritoni, e di Nereidi. Coro d’Amori. Coro di Deità infernali. Coro di Tempeste. Coro d’Aure.

La scena è figurata ne’ campi tirreni.

Serenissimi sig.ri e padroni colendissimi
Zeffiro, e Clori, figurati dagli antichi deità di primavera, sereniss. e felicissimi sposi, hanno tanta proporzione con la vostra giovanile età, e con la gioia de’ vostri cuori, che per avventura non potevano i toscani teatri, trovar canto più alle vostre reali orecchie accomodato, di quello de’ loro amori. Resta, che, si come dal congiungimento di questi, per ornamento della terra, nacquero fiori, così dalle vostre fortunate nozze, per ornamento d’Italia, nascano frutti di magnanima, e bellissima prole. Io, tale all’altezze vostre augurandola, questo parto del mio sterile ingegno, mando ad essere avvivato dal serenissimo sole della vostra gloria, ed ad ambi umilissimamente m’inchino.

Dalla corte di Toscana il dì 14 d’ottobre 1628.
Di vv. aa. ss.
umilissimo, e devotissimo servo
Andrea Salvadori

 

Argomento della Flora
Era ordinato da Giove, che la terra a paragon del cielo, avesse le sue stelle, cioè i fiori: Questi dovevano nascere dagl’amori di Zeffiro, vento di primavera, e di Clori ninfa de’ campi toscani; manda perciò Mercurio ad avvisarne Berecinzia, dèa della terra, e le ninfe de’ campi. Venere intanto con tutta la sua corte sbarcata nelle rive tirrene, ode da Zeffiro il suo amore verso Clori, e l’assicura, che farà sua quella ninfa; ma Amore per un suo fine contraddicendole, e negando assolutamente, che ciò segua, è da lei con aspre parole discacciato; trovatolo allora Mercurio col canto delle Grazie, l’invita al sonno, e furandogli in quel tempo l’armi, le porta a Venere, ed ella con la saetta d’oro, che induce corrispondenza, fa innamorare Clori di Zeffiro; veggono i satiri Amor senz’armi, e lo beffeggiano, e Venere, per maggior dispetto di lui manda l’arco, e lo strale d’oro a Giove, getta l’altro di piombo, che genera odio, in mare, e per sé ritiene la face, Amore allora fieramente sdegnato fa aprir l’inferno, e ne cava la Gelosia; questa, per mezzo d’una doppia menzogna maneggiata da Pane, turba in maniera le gioie de’ due amanti, che Zeffiro, scacciato da Clori, lascia i campi toscani in preda alle tempeste; cangiata allora la letizia delle ninfe in pianto, Nettuno, per timore della Gelosia, rende lo strale di piombo ad Amore, Giove la saetta d’oro, e l’arco, e Venere la face: Recuperate Amor le sue armi, scaccia la gelosia da Clori, ond’ella richiama a i suoi campi Zeffiro, il quale piange per gioia, e le sue lagrime cadute in terra divengono fiori; Clori allora mutato il suo nome in quel di Flora, augura le future grandezze di Fiorenza, così detta da lei; le muse, visto nati i fiori portano ad irrigargli il lor fonte, ed Apollo loda particolarmente i gigli, insegna di Fiorenza, e della serenissima casa di Parma.

Prologo

Scena unica
Imeneo.
Io, che con aurea face, ed aureo laccio
sereno l’aria in sì beato lume,
son il giocondo nume,
ch’in santi nodi i casti amanti allaccio,
son Imeneo, che dalle patrie stelle
discendo a due reali anime belle.
Regi consorti, giovinetti amanti
della Parma, e dell’Arno alto tesoro,
ecco il mio cinto d’oro,
i vostri serenate almi sembianti:
ecco vi lego, ecco vi stringo, ed ardo
Margherita reale, ed Odoardo.
Per questa face, o regia coppia, io giuro,
ch’io non arsi giammai le più bell’alme:
porpore, scettri, e palme,
figli, e nipoti altissimi v’auguro,
figli, che de’ trionfi ornin la terra,
nestori in pace, e nuovi achilli in guerra.
Odimi tu dall’ocean difesa
d’isole ribellate iniqua fede;
già move armata il piede,
già corre Parma alla fatale impresa,
e per vincerti appien solo le basta
d’un novello Alessandro il core, e l’asta.
Tremi la Schelda, e disdegnosa impari
il giogo a sostenere Olanda infida;
veggio, ch’in van s’annida
perfido stuolo entro i fiamminghi mari;
veggio, ch’abbatte omai la rea contrada
fulmin del ciel nella farnese spada.
Gioite intanto; io quanti accolgo in seno
pregi d’Ebe, e d’Amor dispenso a voi:
gioite amanti eroi,
e ‘l bel vostro desio non venga meno:
gioite lieti, avvinti palma a palma,
sen a sen, cor a core, ed alma ad alma.
Or mentre l’ore il fortunato letto
con le Grazie v’apprestino, e gl’amori,
di Zeffiro, e di Clori
sia le fiamme ascoltar vostro diletto:
permesso a gloria vostra oggi le finge,
e negl’altrui vostr’imenei dipinge.

Atto primo

Scena prima
Mercurio, Berecinzia, coro di Napee, e di Silvani.

MERCURIO
Odimi, o degli dèi famosa madre
antica Berecinzia, odi d’Atlante
il celeste nipote;
e al suon di queste note
diva dell’ampia terra
le viscere de’ monti oggi disserra.
S’apre un [monte] ond’esce la dèa della terra.

BERECINZIA
Chi dall’antro profondo
a rivedere il ciel quinci mi chiama?
Or che da te si brama
o del gran Giove messagger facondo?

MERCURIO
L’alto avviso giocondo
udite ancora voi
amadriadi, driadi, napee;
udite quante sete
campestri ninfe, e dèe;
udite, e nuovi onor liete attendete.
Escono da fonti e dalle piante Ninfe, e Silvani.

CORO
Dive de’ monti,
dive de’ fonti

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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