Laodice
Dramma per musica in tre atti.
Libretto di Angelo Schietti.
Musica di Tomaso Albinoni.
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro San Moisé, autunno 1724.
Ruoli:
- Laodice, regina di Ponto e moglie di Mitridate
- Mitridate, re di Ponto
- Dorisbe, regina di Cappadocia, esule dal regno sotto il nome di Osmiro, e incognita nell reggia
- Ariarate, re di Cappadocia
- Clistene, principe d’Atarga, generale del regno
- Gordio, capitano dell guardie di Mitridate
Libretto – Laodice
Argomento
Mitridate Rè di Ponto, dopo haver fuperati li Sciti, Popoli per avanti invincibili, occupò i Regni di Capadocia, di Bitinia, e quasi tutta la Grecia. Ritornato alla Reggia, dalia quale convenne star alcuni Mesi lontano, dopo haver nell’assedio di Cizico, consunti due anni, senza mai di là staccarsi, trovò, che Laodice di lui sorella, e Moglie, (supposta la di lui morte in un cimento Campale, come haveva divulgato la Fama) abbandonatasi negl’amplessi degl’Amici dato haveva alla luce un Figlio, il che da lui saputo dissimulando corse rischio di veleno preparatoli, dalla Regina conscia del proprio fallo; mà avvertito seppe guardarsene, e gli fu facile, colla morte dell’Infida Donna, e molto lasciva, punir la colpa di due enormi delitti.
Insidiò la vita ad Arìarate Rè di Capadocia suo Cognato doppo havergli trucidato il Padre, ed usurpato il Regno, valendosi di Gordio iniquo Consigliere, ed esecutore de fatti atroci, uccidendogli la Moglie, e i Figli, costringendolo prima, ad un penoso esiglio in solitario loco, dal quale dall’amore de proprii suditi richiamato, provò con nuovo tradimento, orditogli da Mitridate, l’accennate fatali sventure. Superato poi Mitridate da Romani, nè potendo con il veleno terminare di vivere, s’amazzò da se stesso. Gius. lib. 37.
Dà questi Istorici successi, prende fondamento il Drama, à cui porge il nome LAODICE, come quella, che da motivo all’accidente più osservabile nella tessitura del poetico componimento, che s’è procurato di farlo comparire meno orrido, non volutosi rappresentare nel loro vero essere le scelleraggini d’un Re, che poteva giustamente chiamarsi il maggior Tiranno dell’Asia, invece del Grande Conquistatore. E questo con mira d’incontrare nel genio Universale d’una Regia Città, portata dal suo naturale istinto alla soavità, e clemenza; e che non può, con occhio sereno ricevere à grato, che se gl’offra per motivo di passatempo una storia, il di cui fine, vada à terminare nella Cataftrofe de Tragici avvenimenti. Non è per questo, che le Tragedie non siano di molto documento al ben vivere, e per la detestzione dell’empietà, e per abborrimento al mal oprare; mà quelle erano più addattate, che a giorni nosttri, ne tempi di Tiberio, e di Nerone, all’hor, che Roma serviva di vasto Teatro, à purtroppo veri, e funesti Originali; Mentre che viene à passar l’hore notturne per isfugire i pensieri melancolici non ha bisogno di maggiormente accrescerli, alla comparsa dell’altre disgrazie, e se v’è alcuno, che voglia piangere, saprà bene trovare altro loco alla libertà di questo sfogo, senza cercarlo tra l’armonie del suono, e del canto, lontano dal suo Nicchio.
Incomincierà dunque il Drama, dalle precauzione d’Ariarate, in tenersi occulto in Isola deserta, colla Moglie, e figlio, che riavendo pure il nome di Laodice, si chiamerà Dorisbe, per non far equivoco con Laodice moglie di Mitridate.
In Nicea, Città della Bitinia si rappresentano le azioni contenute nel Drama.
ATTO PRIMO
Scena prima
Collinetta inabitata à motivo di superstitiosa Religione, Bosco foltissìmo da una parte, con veduta di lago borascoso, Capanna dalla quale uscirà Ariarate per andarsene alla Caccia tratenuto da Dorisbe sua Sposa, sarà la Scena poco lucida, mentre è l’Alba del giorno.
Ariarate Dorisbe.
Dorisbe
Oh’ Dio tù vuoi partir, caro mio Sposo!
Vedi, che spunta à pena,
Di Venere la stella.
E ne silenzi suoi, riposa il Mondo:
Gl’Augelletti canori,
Tacciono anch’essi, in dolce oblio sepolti,
E nel Covile lor dormon le Fiere.
E tù (quasi ti spiacia,
Goder sonni tranquilli,
Che in povera Capanna,
Un fido Amor ti porge)
Sorgi, prima, ch’il Sol esca dal Gange;
De la Sposa t’involi,
A li teneri amplessi
E l’orme d’una Belva,
Più di seguir ti piace,
Ch’in questo seno, haver diletto, e pace.
Ariararte
E’ forse mia Dorisbe,
Questo il primiero giorno,
Che prima sorga de la luce il Nume,
Lascio le Piume, e ch’ à la selva io torno!
Dorisbe
Non è questi il dì primo;
Mà sogno assai molesto,
Che ne la scorsa notte
Funeftò i miei riposi,
Non lascia, ch’io ti vegga,
Senza bagnar, d’amaro pianto il volto,
Partire, e restar sola.
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