L’Ormindo
Favola regia per musica.

Libretto di Giovanni Faustini.
Musica di Francesco Cavalli.

Prima esecuzione: carnevale 1644, VeneziaTeatro San Cassiano.

Interlocutori

L’ ARMONIA fa il prologo soprano
ORMINDO ignoto figlio d’Hariadeno contralto
AMIDA principe di Tremisene contralto
NERILLO suo paggio mezzosoprano
SICLE principessa di Susio in abito egizio soprano
MELIDE sua damigella in abito egizio soprano
ERICE sua nutrice contralto
ERISBE moglie d’Hariadeno soprano
MIRINDA sua dama confidente soprano
HARIADENO re di Marocco, e di Fessa basso
Il DESTINO tenore
AMORE soprano
La FORTUNA mezzosoprano
I VENTI (tenore e basso) altro
OSMAN capitano d’Hariadeno tenore
CUSTODE dell’arsenale d’Anfa tenore
MESSO mezzosoprano

Coro di Soldati d’Ormindo, di Soldati d’Amida, di Soldati mauritani, di Damigelle d’Erisbe.

Anfa è la scena, città del regno di Fessa della Mauritania Tingitana, e Cesariense fabbricata da’ romani sul lido del mare Atlantico, della quale, già distrutta dalle armate di Portogallo, ora appena si mirano le ruine.

All’illustrissimo…
All’illustrissimo signor mio e padron colendissimo il signor Lunardo Bernardo fu dell’illustrissimo sig. Sebastiano.
Non ardisce Ormindo di comparire nel Certame di gloria per cimentarsi con i più saggi, e famosi re della Grecia senza consacrarsi prima al nome di v. s. illustrissima. Egli ambizioso d’ottenere le palme per adornarsi il regio diadema, non teme punto le prove per altro difficili, e perigliose, mentre campeggierà nel teatro, caratterizzato con il titolo di suo, spera, e non invano, questo principe, protetto dalla di lei gentilezza, almeno di non restar stordito dai sibili del dispregio, se non lo gonfieranno l’aure della vittoria. Prego dunque v. s. illustrissima degnarsi d’essere il nume tutelare d’Ormindo, quale se bene vanta regi natali, è però di così parche fortune, che sarebbe inabile di venire al cimento, privo dell’autorevole patrocinio di v. s. illustrissima alla quale per fine bacio le mani.

Di v. s. illustrissima
devotissimo servitore
Giovanni Faustini

Argomento
Dell’azioni alla favola precedenti.
Dagl’amori segreti d’Hariadeno, principe d’ambe le Mauritanie, e di Nearbe sorella della moglie del re di Tunisi, nacque Ormindo: i suoi natali apportarono il feretro all’infelice Nearbe, quale spirò l’anima invocando l’amato nome del suo Hariadeno, che spronato d’acuti stimoli di gloria s’era celatamente partito di Tunisi, per seguire l’avventure dell’Africa.
Cedige la regina, consapevoli degl’amori della sorella, avea in quel punto medesimo con disuguale sciagura partorita estinta la prole, onde fattosi di nascosto arrecare il pargoletto Ormindo, diede a credere al re suo marito d’averlo prodotto: crebbe Ormindo, e disciplinato nell’arti regie divenne il più bravo guerriero dell’Asia.
Hariadeno dopo aver scorse le regioni africane, ed immortalata la sua memoria con azioni illustri, e valorose, fu richiamato da sudditi per la morte del re suo padre alle corone del Marocco, e di Fessa: ivi giunto ebbe i lugubri avvisi della perdita della cara Nearbe, con la quale sperava di vivere una vita beata, tra le grandezze dell’ereditato impero; la pianse amaramente, ed addolorato passò gl’anni più verdi della sua età giovanile, senza gustare le dolcezze d’alti connubi, sin che il tempo gli sparse di neve il crine, ed amore di fiamme il core. Fatto vecchio s’innamorò d’Erisbe giovane la più bella di quelle parti, figlia d’Asane re del picciolo regno di Dara, e la prese per moglie.
Intanto l’ibero cupido di soggettare al suo trono i mauritani diademi cominciò ad infestare le città marittime di Fessa, inde Hariadeno per rintuzzar l’orgoglio all’offensore nemico, radunò una grossissima armata in Anfa, città posta sopra l’oceano: due regni più potenti dell’Africa, che dalle radici dell’Atlante s’estendono sopra le radici del mare Mediterraneo, come ad una guerra comune, e quasi sacra inviarono soccorso all’amico Hariadeno; Mahamete re di Tremisene mandò Amida principe suo figliuolo, ed Cedige, che per la morte del re suo consorte reggeva lo scettro di Tunisi, Ormindo, accompagnati da molte navi; con il quale aiuto affrontata Hariadeno l’armata ostile, la ruppe, e costrinse l’ibero ad accettare da lui dure condizioni di pace; così vittorioso ritornato in Anfa, e disarmate le navi, e ripostele nell’arsenale, attese a festeggiare i principi amici, ch’innamorati l’uno di nascosto dell’altro, d’Erisbe sua moglie ritardavano la loro partita. Erisbe giovane, e bella, infastidita de’ freddi talami, e degl’insipidi allettamenti del canuto consorte, ferita di doppia piaga amorosa ardeva in genuina fiamma per Ormindo, e per Amida; quali con segrete accoglienze ella separatamente nutriva di dolci speranze.
Sicle, a cui Amida prima ch’amasse Erisbe aveva dato il possesso del suo core, e la fede d’esser suo, attendendo invano un lustro intero la sua venuta, agitata dalle furie d’amore, e di gelosia, si pose con due dame sue confidenti in abito egizio, e fintasi insieme con loro di quelle femmine, che si vantano di presagire dalle linee della mano la sorte degl’uomini, passò le asprezze del monte Chiaro, detto dagl’antichi Atlante, e giunta in Tremisene, intese guerreggiare Amida a favore d’Hariadeno, capitano dell’armi paterne: per il che preso il camino delle Mauritanie, pervenne in Anfa, appunto all’ora ch’Hariadeno debellate l’armate spagnole, attendeva a deliziare per la vittoria con li principi guerrieri; negl’amori de’ quali comincia la favola.

Prologo

Scena prima
Rappresenta la scena la piazza di San Marco, parte più cospicua della città di Venezia.
L’Armonia.
Non m’è patria l’Olimpo,
né dolce figlia io sono
di quell’acuto, e di quel grave suono,
che lassù dove splende eterna luce,
il moto delle sfere ognor produce.
Io nacqui in Elicona
delle castalie dive
da concenti canori,
del gran Febo la cetra a me fu cuna,
e del suo crin per fasce ebbi gl’allori,
bevvi per latte l’acque d’Ippocrene,
e le custodi mie fur le sirene.
Ora dal bel Permesso,
o città gloriosa,
ch’hai di cristal le mura, in cui vagheggi
la tua beltà, che l’universo ammira,
delle grazie, e d’amor famoso regno,
a ricalcare i tuoi teatri io vegno.
È già varcato un lustro,
che su palchi dorati
in te risplendo, e le mie glorie illustro,
di novi fregi adornano i miei crini
l’alme tue muse, e i cigni tuoi divini.
Io che bambina passeggiai d’Atene
con gemmati coturni in sulle scene,
io che condotta fui,
vinta la Grecia, e doma
da vincitori a Roma,
non vidi alle tue pompe, a’ fasti tui,
o pompa, o fasto eguale,
vergine serenissima, e immortale.

Atto primo

Scena prima
Città d’Anfa.
Ormindo.
Ben fu per me felice
l’influsso di quell’astro
sanguinoso, e guerriero,
che costrinse l’ibero
a coprirsi gl’ampi giri
degl’atlantici mari
di bellicosi legni,
per farsi tributari
di Marocco, e di Fessa scettri, i regni;
tra gl’incendi d’Aletto
un cieco pargoletto
nelle viscere mie vibrò la face,
e nella guerra ritrovai la pace.
Amoroso portento
vivo di vita spento,
con luci di zaffiro
immortali bellezze, ahi mi feriro!
Ma benedetto il dì,
ch’un lor guardo di foco il sen m’aprì.
Idolatra adorato
vivo ognor fortunato,
ardo lieto amatore
da martiri lontano in dolce ardore:
o benedetto il dì,
ch’un raggio del mio sole il sen m’aprì.

Scena seconda
Amida, Ormindo, Nerillo.

AMIDA
Cari globi di fiamme
occhi dell’idol mio,
deh perché non poss’io,
ah perché non mi lice,
s’ardo farfalla in voi, sorger fenice.

ORMINDO
Dello stesso mio duce
segue l’amico l’onorate insegne.

AMIDA
Ohimè troppo presumo,
ed Icaro novello
troppo innalzo le piume
verso l’amato lume,
che non m’assorba il mar del pentimento,

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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