L’Ulisse errante
Opera musicale.

Libretto di Giacomo Badoaro.
Musica di Francesco Sacrati.

Prima esecuzione: carnevale 1644, VeneziaTeatro Santi Giovanni e Paolo.

Personaggi:

AMORE sconosciuto
MERCURIO sconosciuto
DISCORDIA sconosciuto
ULISSE sconosciuto
POLIFEMO sconosciuto
CICLOPE sconosciuto
ORACOLO sconosciuto
GALATEA sconosciuto
CIRCE sconosciuto
PLUTONE sconosciuto
FRODE sconosciuto
TIRESIA sconosciuto
CALIPSO sconosciuto
CINATEA sua dama sconosciuto
CANORIA sua dama sconosciuto
ALCINO re dei Feaci sconosciuto
NAUSICA figliuola del re sconosciuto
MANTENITORE del torneo sconosciuto
AVVENTURIERE del torneo sconosciuto
SONNO sconosciuto
VENERE sconosciuto
GIOVE sconosciuto
MINERVA sconosciuto
La PACE sconosciuto

Al signor Michel’Angelo Torcigliani
Dal discorso avuto con v. s. intorno al mio Ulisse errante, e dalla varietà de’ pareri, ch’odo venirne data da alcuni, si contenterà, ch’io prenda occasione di trattenerla alquanto con questa lettera.
Chi usa, signor Torcigliani mio, a comporre senz’altro fine, che di lusingar il proprio genio, ha adempita la maggior parte de’ suoi obblighi, quando abbia soddisfatto sé stesso. Basterebbe per far sapere a che fine ho composto l’Ulisse errante, il dire, ch’io non ricerco di portare né gloria a me stesso, né esempio agli altri: i miei studii, che a niente mi tengono obbligato, fuori che al mio compiacimento, mi hanno posto in pensiero quest’opera, la quale, quando non sia biasimata da’ moderni auditori, poco son per curarmi, se non fosse fra le approvate dagli antichi scrittori. Hanno gli antichi prescritte in molte cose le regole, perché si tenevano a gloria, che ‘l mondo si fermasse ne’ loro precetti, e forse agli uomini del venturo secolo restasse levata la facoltà dell’inventare. Chi vuol sottoscrivere in tutte le cose questa legge, lo faccia; io per me la chiamo una ragione di stato combattuta dall’interesse, e dal tempo. Infelice secolo, se l’orme de’ passati obbligassero il nostro piede ad un inalterabil camino; ben potrebbe chiamarsi questa l’età de’ ciechi, che non sanno se non essere guidati. Faccia pur ella palesi i sensi di questa lettera, acciò l’errore di coloro, che non sanno dire, se non quel che dissero gli altri, non porga ad alcuno materia di perturbarsi. Feci già molti anni rappresentare il Ritorno d’Ulisse in patria, dramma cavato di punto da Homero, e raccordato per ottimo da Aristotile nella sua poetica, e pur’anco allora udii abbaiar qualche cane, ma io non fui però tardo a risentirmene co’ sassi alle mani. Ora fo vedere l’Ulisse errante, ch’è in sostanza dodici libri dell’Odissea d’Homero: in parte ho diminuiti gli episodi, in parte ho ingrandito il soggetto con invenzioni per quanto mi parve il bisogno, non dilungandomi però nell’essenza dalla rappresentata storia. Se dirà alcuno, che non era soggetto da portarsi in scena, io dirò di sì, sperando che tosto udito che l’abbia, sia per cangiarsi d’opinione. Se dirà, che sono più azioni, io dirò, che l’ho detto prima di lui, e ciò potrassi agevolmente vedere nelle divisioni di esse, che a questo effetto io gliele mando qui occluse. In riguardo agli accidenti, che occorrono viaggiando ad Ulisse, sono, è vero, più azioni; ma in riguardo alla intenzione del viatore, che è di girne in patria, non è che una sola. La favola, com’ella sa, vuol esser una unius.
Una dunque è la mia favola, perché d’unità materiale è sempre Ulisse, d’unità formale è sempre errore: né i molti errori fanno molte favole, ma molte parti di favola, che la costituiscono azione tutta una, e grande, come ricerca Aristotele. Se queste ragioni piacciono, s’accettino: se no, dicasi c’ho voluto rappresentare gli accidenti più gravi, occorsi ad Ulisse nel gir in patria. Quelli, che di propria invenzione si fabbricano i soggetti, fanno ottimamente a camminare con la puntuale osservazione delle regole; poiché stando ad essi la eletta, prudentemente operano, se vanno con la comune: ma chi s’obbliga all’individuo d’una storia non può assumerla senza la particolarità di quegli accidenti, che necessariamente la accompagna. Non sarebbe errante Ulisse, se viaggiando non ritrovasse diversità di paesi, e se cangiando i paesi, non si mutassero i personaggi, sarebbe un fabbricarsi un mondo fuori della natura a capriccio. Ho voluto dunque rappresentar gli errori d’Ulisse, e tanto basti: se perciò fare ho ricercata la migliore strada, non può alcuno appuntarmi. Quest’opera portava necessariamente l’uscir delle regole, io non lo tengo per errore, e s’altri pur vuole, ch’egli sia, sarà errore di volontà, non d’inavvertenza. I mostri sono difetti della natura, perché nascono fuori della sia intenzione; i giganti non sono difetti, né mostri, benché si levino dalla comune misura degli altri uomini, ma nascono tali per eccesso di materia. Se dirassi, che questa opera sia un mostro, dirò di no; se dirassi, che ‘l soggetto ecceda la comune dell’altre tragedie, dirò che è un gigante nato per eccesso di materia, e non contro la mia volontà. Se vorrà affermar un bell’ingegno, che di questo soggetto poteva farne cinque opere; io le rispondo, ch’è vero, ma non le ho fatte, perché ho voluto, e saputo farne una sola. Replicherà, che il soggetto è più da epopea, che da tragedia, ed io le dico, che chi vorrà leggerlo in epopea andrà nell’Odissea d’Homero, e chi vorrà sentirlo in tragedia, venirà nel teatro dell’illustrissimo signor Giovanni Grimani, dove in poco tempo, e con minor fatica lo vedrà più pomposo comparire sopra le scene. Potrei aggiungere, che i precetti della poetica non sono come le proposizioni matematiche, certi, e permanenti, non sono certi perche hanno in essi vagato anche gli antichi, non accordandosi tra di loro circa la quantità de’ personaggi, le uscite di quelli limitate da alcuni al numero di cinque, le proibizioni di parlare agli spettatori, ed anco circa la necessità del prologo, che pure rimane con l’altre indecisa. Per il tempo, che deve misurare il soggetto, vollero alcuni concedere otto ore, e non più, altri un giro di sole, alcuni due giorni, altri tre, e pure queste incerte regole non sono state sempre osservate da Eschilo, da Euripide, e da Sofocle, mentre in alcuni loro soggetti scorrono i mesi, e gli anni; altri dissero, che bastava assai, che la favola potesse essere abbracciata da un riflesso di memoria senza fatica, ed a quest’opinione io potrei appigliarmi. Non sono poi permanenti i precetti della poetica, perche le mutazioni de’ secoli fanno nascere le diversità del comporre, che però la tragedia ne’ suoi primi giorni era recitata dal poeta solo tinto il volto delle vinaccie; dipoi v’introdussero i personaggi, e le maschere, indi vi aggiunsero i cori, la musica, i suoni, le mutazioni di scena, in luogo de’ cori i balli, e forse per l’avvenire col cambiare dell’età vedranno i nostri posteri introdotte nuove forme. Erano in queste detestate una volta le variazioni di loco, ed al presente per dare soddisfazione all’occhio, pare precetto ciò che allora era proibito, inventandosi ogni giorno maggior numero di cambiamenti di scene; niente si cura al presente per accrescer diletto agli spettatori il dar luogo a qualche inverosimile, che non deturpi la azione: onde vedremo, che per dar più tempo alle mutazioni delle scene, abbiamo introdotta la musica, nella quale non possiamo fuggire un inverosimile, che gli uomini trattino i loro più importanti negozi cantando; in oltre per godere ne’ teatri ogni sorte di musica, si costumano concerti a due, tre, e più, dove nasce un altro inverosimile, che essi favellando insieme possano impensatamente incontrarsi a dire le medesime cose. Non è dunque meraviglia, se obbligandoci noi al diletto del genio presente, ci siamo con ragione allontanati dall’antiche regole. Sapeva monsignor Leoni (soggetto di molta dottrina, e gran stima) che stando nelle proposizioni degli antichi non poteva comporre una tragisatiricomica, e pure stampò la Roselmina, e ne riportò molta lode; ciò ch’egli fece dire in sua difesa, vedasi nel prologo della detta, che servirà anco al presente mio caso. E v. s. parimente, in quel suo dramma, di cui mi comunicò alquante scene, tenendo un sentiero, né da alcuno de gli antichi, né da moderni calcato, con nuovo e meraviglioso ritrovamento non fa vedere, che un componimento tragico, che pure ha per soggetto il lagrimevole, può essere lieto in sé stesso, mentre, oltre l’aspettazione, e quasi che non dissi il possibile, fa risultare dall’orrido il dilettevole? Il Tassoni in altro genere unendo mirabilmente il comico con l’eroico, ha composto un lodabile mostro, che ne porta appresso tutti i letterati gli applausi: onde in ogni tempo si è veduta aperta la strada dell’inventare, non tenendo noi altro obbligo circa i precetti degli antichi, che di saperli. E vero, ch’è anco stata sempre libera la penna de bell’ingegni nell’opponere alle altrui composizioni, che però avrà ella veduto il Tasso, e l’Ariosto nell’epico, il Pastor fido, e la Canace nel drammatico, e sino la canzone del Caro nel lirico opposta. Posso dire in oltre, che le cose tutte prendono il suo essere dal fine, a che sono indirizzate. I primi componevano le tragedie per avvertir dolcemente i tiranni de’ loro difetti, ed insieme per suscitare i popoli ad odiare la tirannide, ed amare la libertà; per questi studiavano d’accrescere in loro oggetti dolorosi, e di morte. Dopo, che più non avevano luogo le crudeltà de’ tiranni, si è abbandonata questa sorte di tragedia, e si è trovato un altro modo di comporre, che serve non a contristar gli animi, ma a rallegrarli, e queste sono le tragedie di lieto fine. Per colpir bene è fatto lecito abbandonar la puntualità degli antichi, alterare in qualche parte il soggetto, accrescere le invenzioni, ed in somma portare in qualche modo gli animi alla meraviglia, ed al diletto con lo sforzo maggiore dell’arte. Alcuni camminando dietro all’eccesso hanno introdotto il ridicolo con indecoro, altri il licenzioso; i primi riportandone poca lode, gli ultimi molto biasimo. I geni di questa città (che non si appagano più delle cose buone, quando siano ordinarie) danno che pensare agl’ingegni, per fabbricar cosa di loro gusto. Io non volendo abbandonare il costume, o decoro, stimato da me necessarissimo in si fatte composizioni, ho voluto più tosto, staccandomi dalle regole non d’invenzione o capriccio, ma con la scorta del primo poeta della Grecia battere una strada, non da altri calcata, sicuro, che se vivesse Aristotele ne’ presenti tempi, regolerebbe anch’egli la sua poetica all’inclinazione del secolo: anzi che, quando egli dice, che di tali azioni non vi è finalmente altro giudice, che l’applauso, dà la sentenza per me; poiché è verissimo, che non si possono aver questi applausi, se non s’incontra felicemente nell’universal genio de’ spettatori. A questo passo potrei dire, che gli scrittori hanno cavati i precetti dall’uso de’ poeti: onde prima è stata la tragedia, e poi la poetica: Aristotele la cavò da Sofocle, e da Homero; se questi avessero in altra maniera composto, con altri precetti sarebbe uscita la poetica. Niente però è meraviglia, che la Poetica d’Aristotele contenga quei precetti, che venivano comandati dall’uso di que’ secoli né per questo si dée concludere, che mutati i tempi non si possano anche mutare i modi del comporre. Aggiungo, che per confessione universale non si è trovata la Poetica d’Aristotele tutta intera, e perfetta: onde se fosse a nostra notizia il rimanente, vedressimo per avventura altri precetti, che ne assicurerebbero della libertà, che per mio senso tiene il discreto compositore. Vedasi dunque l’opera, e quando abbia fortuna ella di bene incontrare, non mi tassi altri con le regole; poiché la vera regola è soddisfare a chi ascolta. Se gl’ingegni ritroveranno qualche intoppo, ne incolpino la strada non piana, per non esser battuta dagl’altri: ma non restarono gli antichi di adorare quegl’idoli, che tenevano i loro templi sopra le cime de’ monti. Fu il Ritorno d’Ulisse in patria decorato dalla musica del signor Claudio Monteverde soggetto di tutta fama, e perpetuità di nome, ora mancherà questo condimento; poiché è andato il gran maestro ad intonar la musica degli angeli a dio. Si goderanno in sua vece le gloriose fatiche del signor Francesco Sacrati, e ben’era di dovere, che per veder gli splendori di questa luna, tramontasse prima quel sole. Avremo per ordinator di macchine, e di scene il nostro ingegnosissimo Torelli, che col suo impareggiabil valore gli anni addietro ha di già guadagnata la grazia, e l’affezione universale di tutti. Le comparse, e gli abiti saranno regolati da chi sa, e da chi può. Nel resto se per il mio particolare si ritroverà qualche sconcio, sappia ognuno, che a comporre m’invita non l’altrui lode, ma il mio proprio trattenimento, e di mille pensieri, che del continuo m’agitano la mente non mai oziosa, questo è il minore. Ella intanto, per esser meco uniforme di sentimenti, sostenga le mie con le sue proprie opinioni, pregandola per ovviare a’ disordini, che suol portar seco la scena, che voglia involar tanto di tempo alle sue virtuose occupazioni, onde resti favorita l’opera della sua assistenza; nella cui donazione, come in quella parimenti di me stesso, riconosca la stima, ch’io faccio della sua virtù, e l’affetto insieme, di cui sono tenuto alla gentilezza di v. s. alla qual bacio cordialissimamente la mano.
L’assicurato accademico incognito.

A chi legge
La prova mi fa conoscer per vero, che spesso i favori accrescono l’ardire in chi li riceve; Io ebbi dalla mano dell’autore l’Ulisse errante, con privilegiata autorità di farlo stampare in grande con le figure dopo fornite le recite, ed ciò intrapresi per aver occasione di mostra al mondo quelle fatiche, che ho io incontrate per ben servire a questi cavalieri; ora dalla pienezza di questa grazia è nato in me nuovo ardire di farla anco stampar in questa forma per incontrar la soddisfazione di quelli, che godono più simili cose, quando siano accompagnate dalla lettura, spero che chi fece il primo passo per favorirmi, non mi rinfaccerà della licenza del secondo, mentre io mi porrò per scudo la tua curiosa soddisfazione o lettore. Vivi felice.

Giacomo Torelli

Argomento dell’opera
Fu in riguardo della contesa delle tre dèe Troia nel suo eccidio da alcune deità combattuta, e da altre difesa. Venere non avendo potuto con la sua forza distornar le ruine da’ Priami, e vedendo di già consumati gl’ardori di guerra in incendi di fuoco, dispersa in fumi la patria del benefattore Paride, si diede a machinare vendette co ‘l drizzar le sue persecuzioni contro i distruttori di Troia. Le contrarie deità, che dispensarono favori alla giusta causa de’ Greci, intrapresero anco volentieri la difesa de’ gloriosi, e contrapponendosi alle macchine della rivale, favorirono con benigni influssi il ritorno de’ vincitori. Per tal causa gli eroi maggiori della Grecia furono fatti gioco delle concitate deità. Ulisse fra gli altri provò lunghissime le vicende, a questo più che ad ogni altro attesero l’insidie di Venere; onde istigando contro di lui il figliolo Amore, deità fra’ piaceri terribile, lo fece il corso di due lustri errare con perdita di roba, e compagni. Passò in questo tempo egli i mari più irati, vide i deserti più orridi, superò i mostri più fieri, calcò le magiche violenze, disprezzò le lusinghe del bello, visitò l’inferno, e rifiutò il dono dell’immortalità, per arrivare alla patria, e godere la moglie. Quanti lacci fabbricò Amore ministro dell’ira materna, tanti ne sciolse Mercurio esecutore del fato: onde le guerre divine tenendo dieci anni agitato, ed ERRANTE Ulisse, terminarono finalmente col ritorno dell’eroe in Itaca, e così ne’ petti celesti rimpatriò la pace.

Azione prima
La scena è lo scoglio de’ Ciclopi nell’arcipelago.
Personaggi della prima azione:
Coro di Dèi, Amore, Mercurio, Discordia
nella prima scena in vece di prologo.
Compagni di Ulisse, Polifemo, Ciclope, Oracolo, Galatea, coro di Ninfe ballatrici.

Scena prima in luogo di prologo
Boschereccia nello scoglio de’ Ciclopi.
Coro primo di Deità amiche de’ Troiani. Coro secondo di Deità favorabili à Greci.
Discordia, Mercurio, Amore.

CORO

Ulisse in patria no non anderà.
IIº
Ulisse in patria sì ritornerà.

DISCORDIA

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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