Muzio Scevola


Dramma per musica.

Libretto di Nicolò Minato.
Musica di Francesco Cavalli.

Prima esecuzione: 26 gennaio 1665, VeneziaTeatro San Salvatore.

Intervenienti:

MUZIO Scevola tenore
ORAZIO Cocle soprano
Laerte PORSENNA re dell’Etruria tenore
PUBLICOLA console de’ Romani basso
MELVIO romano contralto
TARQUINIO Superbo re scacciato da Roma basso
VALERIA figliola di Publicola soprano
ELISA moglie di Orazio Cocle soprano
VITELLIA fanciulla loro figliola soprano
ISMENO capitano di Porsenna basso
CLODIO cavaliere romano contralto
FLORO cavaliere romano soprano
PORFIRIA vecchia nutrice di Valeria contralto
MILO servo d’Orazio, e d’Elisa contralto
PUBLIO un capitano di Porsenna, che vien ucciso da Muzio tenore
La STATUA DI GIANO basso
2 VESTALI altro
PALLADE in macchina contralto
VENERE in macchina sconosciuto

Cavalieri, Soldati, e Paggi di Porsenna. Paggi di Muzio Scevola. Soldati, e Paggi di Publicola. Soldati di Tarquinio. Soldati d’Ismeno. Damigelle di Valeria. Paggi d’Orazio. Paggi di Clodio, e di Varo. Servi. Schiavi.

La scena si figura parte in Roma, parte nel Trastevere, preso da’ Toscani.

Illustrissimo ed eccellentissimo signore
Come la linea sorta dalla picciolezza d’un punto si stende sino all’ampiezza più vasta della circonferenza, così dal centro della mia devozione s’inalzano alla sfera sublime del merito di v. e. le linee di questi fogli, con un ossequio, c’ha l’anima per origine, e l’immortalità per confine. Tenterei d’abbozzar con penna riverente qualche tratto delle glorie di v. e.; ma non a tutti è lecito effigiar gl’alessandri, e se non tornan gl’omeri, non v’è chi possa tesser encomii a un nuovo Achille. Non si possono ridire gli splendori di v. e. sotto le misure del tempo, e per raccontarle sarebbe necessario, ch’immobilito Saturno si prolungasse l’eternità, come altra volta il sole per render un giorno più lungo s’arrestò ne le sfere. Gradisca perciò l’e. v. l’ossequio di questi fogli: e se nel pubblicarlo ho convenuto lasciarmi prevenire, non mi lascio eccedere; e qui troverà l’e. v. le qualità del vero fine, che suol essere primo nell’intenzione ed ultimo nell’esecuzione; si contenti dunque con l’accoglierli benignamente felicitar la mia fortuna, che si fa gloriosa nel costituirmi in eterno
di vostra eccellenza
um. div. e riverentiss. servo
Nicolò Minato
di Venezia li 26 gennaio 1665

Lettore
Eccoti un altro aborto della mia penna obbligata a gl’aggradimenti, che de’ suoi tratti sempre mostrasti. Professo di scrivere per debito contratto con la cortesia. Oltre il Xerse, l’Artemisia, e l’Antioco, lo Scipione compatisti, e cumulasti d’applausi l’ossequio, con che, per tua compiacenza, spargo gl’inchiostri. Ricevi ora Muzio Scevola, che tanto più merita compatimento, quanto che egli tutto fece per servire a la patria, ed io tutto faccio per servire al tuo piacere. Non mi privare della tua benignità, e se vedi errori emendali, e compatiscili, mentre io, involto in molt’altre occupazioni, ho fatica ad aver tempo di scrivere, non che di emendare. Troverai qualche sentimento di gentilità, ma raccordati, che parlano persone figurate in tempo, in che non era comparso pur anco il lume delle vera fede. E se trovassi, in qualche altro loco alcun senso, che risenta del cattolico in bocca di un gentile, rifletti, che siccome anco i gentili confessarono la prima causa, ch’è dio, così tutti gl’attributi della divinità potevano dalli medesimi esser, e concepiti, ed espressi.
Compatisci, e vivi felice.

Argomento
Di quello, che si ha dall’istoria.
Tarquinio Superbo per la sua tirannide, e per avere il di lui figliolo violata Lucrezia, privo dalla corona di Roma, ricorse al favore di Laerte Porsenna re de gli etruschi. Questo mosse guerra a’ Romani per rimettere i Tarquini nel regno; prese il Ianicolo, e, data una rotta alle genti latine si rivoltò con l’esercito per passar il Tevere sopra il ponte Sublicio, che quella parte, detta il Transtevere, dall’altre parti di Roma divideva. Orazio detto Cocle, perché aveva perduto un occhio nella guerra, si oppose sul ponte a’ toscani: e tanto sostenne solo l’impeto loro, quanto bastò a’ romani per tagliar il ponte, onde non potessero passar i nemici. Veduto Orazio il ponte bastevolmente tagliato si gettò nell’acqua, e passò a nuoto a suoi, salvo dalla quantità dell’armi, che gl’erano da’ nemici lanciate. Muzio Scevola poi si portò in abito toscano tra i nemici per uccider Porsenna, ma, per errore, uccise uno, che gli stava a lato. Fatto prigione Muzio, pose spontaneamente la destra nel fuoco dinanti Porsenna; dicendoli, che ben meritava tal pena per aver commesso l’errore d’uccider altri in vece di Porsenna: poi li soggionse che egli era il primo del numero di trecento giovani romani, che avevano risolto ad uno ad uno tentar la di lui morte. Porsenna mosso per timore, o per la generosità di Muzio, levò l’assedio, licenziò Tarquinio, e fece pace co’ Romani. Mentre si trattava la pace furono dati ostaggi vicendevolmente. Li Romani diedero dieci giovani, e dieci donzelle romane, tra le quali Valeria figliola di Valerio Publicola all’ora console di Roma. Questa, parendogli debolezza d’animo lo stare così vilmente nelle mani de’ nemici, persuase le compagne alla fuga, e passando il Tevere a nuoto a cavallo si ridusse in libertà. Valerio Publicola per non mancar di fede a Porsenna gli rimandò la figlia con l’altre donzelle: e Porsenna l’accolse con segni d’onore, ed a Valeria come principale della fuga donò un bellissimo cavallo: onde in Roma poi fu a lei eretta una statua a cavallo: benché altri dicano quella essere stata Clelia, e non Valeria.
Di quello che si finge.
Sopra questi fatti per intrecciar il dramma, ed adornarlo d’invenzioni si fingono li seguenti verisimili.
Che Valeria non fosse data per ostaggio ne’ trattati di pace, ma che venga fatta prigioniera dall’armi toscane nella presa del Ianicolo: e che di lei s’innamori Porsenna, ma che ella come ad un nemico della sua patria neghi corrispondenza, ed anco ver essere amante di Muzio Scevola.
Che nello istesso tempo fosse fatta prigioniera Elisa altra giovine romana moglie d’Orazio Cocle con una sua picciola figliola, e che un capitano di Porsenna a cui era toccata nella divisione delle prede, invaghito di lei, perché ella gli negasse d’acconsentir alle sue brame, la maltratti, e tiranneggi.
Che Muzio Scevola, che andò tra i toscani per uccider il re, come nemico della patria, v’andasse anco stimolato dall’amore di Valeria, di cui era innamorato.
Che dopo il combattimento sul ponte Sublicio, anco Orazio incognito passasse tra i toscani per causa d’Elisa sua moglie fatta prigioniera.
Da queste suppositioni seguono gli accidenti, che formano il dramma, a cui porge il nome Muzio Scevola.

Scene
Macchine
2 Figure armate, che combattono sopra una nube di fuoco.
Pallade sopra una nube, che s’aggrandisce, ed occupa buona parte della scena.
Venere sopra un’altra nube.
6 Amorini, che ballano in aria, poi volano via.
Balli
1 – Di otto Statue, che mosse da Spiriti partono dal sito, dove circondano la Statua di Giano per ornamento, e dopo il ballo ritornano al loro loco.
2 – Di otto Seguaci di Pallade, che escono da una nube, e di sei Amorini in aria.

Atto primo

Scena prima
Tevere con il ponte Sublicio.
Melvio. Orazio Cocle sul ponte combattendo. Publicola. Esercito di romani, e Guastatori, che tagliano il ponte da una parte. Porsenna. Tarquinio Superbo, ed Esercito di toscani dall’altra.

MELVIO
Si rompa, si franga,
reciso dall’onda
all’oste, ch’inonda

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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