Tito Vespasiano
Dramma per musica.

Libretto di Pietro Metastasio.
Musica di Johann Adolph Hasse.

Prima esecuzione: 24 settembre 1735, PesaroTeatro Pubblico.

Personaggi:

TITO Vespasiano, imperator di Roma tenore
VITELLIA figlia dell’imperator Vitellio soprano
SERVILIA sorella di Sesto, amante d’Annio soprano
SESTO amico di Tito, amante di Vitellia soprano
ANNIO amico di Sesto, amante di Servilia basso
PUBLIO prefetto del pretorio soprano

Senatori, Patrizi, Legati, Pretoriani, Littori, Popolo.

La Scena è in Roma.
Argomento
Non ha conosciuto l’antichità né migliore né più amato principe di Tito Vespasiano. Le sue virtù lo resero a tutti sì caro, che fu chiamato «la delizia del genere umano». E pure due giovani patrizi, uno de’ quali era suo favorito, cospirarono contro di lui. Scoperta però la congiura, furono dal senato condannati a morire. Ma il clementissimo Cesare, contento d’averli paternamente ammoniti, concesse loro ed a’ loro complici un generoso perdono.
(SVETONIO, AURELIO VITTORE, DIONE, ZONARA ecc.).

Licenza
Non crederlo, signor; te non pretesi
ritrarre in Tito. Il rispettoso ingegno
sa le sue forze appieno,
né a questo segno io gli rallento il freno.
Veggo ben che ciascuno
ti riconobbe in lui. So che tu stesso
quegli affetti clementi,
che in sen Tito sentiva, in sen ti senti.
Ma, cesare, è mia colpa
la conoscenza altrui?
È colpa mia che tu somigli a lui?
Ah! vieta, invitto augusto,
se le immagini tue mirar non vuoi,
vieta alle muse il rammentar gli eroi.
Sempre l’istesso aspetto
ha la virtù verace;
benché in diverso petto,
diversa mai non è.
E ogni virtù più bella
se in te, signor, s’aduna,
come ritrarne alcuna
che non somigli a te?

Atto primo

Scena prima
Logge a vista del Tevere negli appartamenti di Vitellia.
Vitellia e Sesto.

VITELLIA
Ma che! sempre l’istesso,
Sesto, a dir mi verrai? So che sedotto
fu Lentulo da te; che i suoi seguaci
son pronti già; che il Campidoglio acceso
darà moto a un tumulto, e sarà il segno
onde possiate uniti
Tito assalir; che i congiurati avranno
vermiglio nastro al destro braccio appeso,
per conoscersi insieme. Io tutto questo
già mille volte udii: la mia vendetta
mai non veggo però. S’aspetta forse
che Tito a Berenice in faccia mia
offra, d’amore insano,
l’usurpato mio soglio e la sua mano?
Parla! di’! che s’attende?

SESTO
Oh dio!

VITELLIA
Sospiri?
Intenderti vorrei. Pronto all’impresa
sempre parti da me; sempre ritorni
confuso, irresoluto. Onde in te nasce
questa vicenda eterna
d’ardire e di viltà?

SESTO
Vitellia, ascolta:
ecco, io t’apro il mio cor. Quando mi trovo
presente a te, non so pensar, non posso
voler che a voglia tua; rapir mi sento
tutto nel tuo furor; fremo a’ tuoi torti;
Tito mi sembra reo di mille morti.
Quando a lui son presente,
Tito, non ti sdegnar, parmi innocente.

VITELLIA
Dunque…

SESTO
Pria di sgridarmi,
ch’io ti spieghi il mio stato almen concedi.
Tu vendetta mi chiedi;
Tito vuol fedeltà. Tu di tua mano
con l’offerta mi sproni; ei mi raffrena
co’ benefizi suoi. Per te l’amore,
per lui parla il dover. Se a te ritorno,
sempre ti trovo in volto
qualche nuova beltà; se torno a lui,
sempre gli scopro in seno
qualche nuova virtù. Vorrei servirti;
tradirlo non vorrei. Viver non posso,
se ti perdo, mia vita; e, se t’acquisto,
vengo in odio a me stesso.
Questo è lo stato mio: sgridami adesso.

VITELLIA
No, non meriti, ingrato!
l’onor dell’ire mie.

SESTO
Pensaci, o cara,
pensaci meglio. Ah! non togliamo, in Tito,
la sua delizia al mondo, il padre a Roma,
l’amico a noi. Fra le memorie antiche
trova l’egual, se puoi. Fingiti in mente
eroe più generoso o più clemente.
Parlagli di premiar: poveri a lui
sembran gli erari sui.
Parlagli di punir: scuse al delitto
cerca in ognun. Chi all’inesperta ei dona,
chi alla canuta età. Risparmia in uno
l’onor del sangue illustre; il basso stato
compatisce nell’altro. Inutil chiama,
perduto il giorno ei dice,
in cui fatto non ha qualcun felice.

VITELLIA
Ma regna.

SESTO
Ei regna, è ver; ma vuol da noi
sol tanta servitù quanto impedisca
di perir la licenza. Ei regna, è vero;
ma di sì vasto impero,
tolto l’alloro e l’ostro,
suo tutto il peso, e tutto il frutto è nostro.

VITELLIA
Dunque a vantarmi in faccia
venisti il mio nemico; e più non pensi
che questo eroe clemente un soglio usurpa
dal suo tolto al mio padre?
Che m’ingannò, che mi ridusse (e questo
è il suo fallo maggior) quasi ad amarlo?

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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