Torquato Tasso
Melo-dramma.

Libretto di Jacopo Ferretti.
Musica di Gaetano Donizetti.

Prima esecuzione: 9 settembre 1833, RomaTeatro Valle.

Personaggi:

Alfonso II DUCA di Ferrara basso
ELEONORA sua sorella soprano
Eleonora, contessa di SCANDIANO mezzosoprano
TORQUATO Tasso baritono
Roberto GERALDINI segretario del Duca tenore
Don GHERARDO cortigiano del Duca basso
AMBROGIO servo di Torquato tenore

Cavalieri, Paggi, Svizzeri in armi.

Nell’atto primo: il palazzo di Ferrara nell’anno 1579. Nell’atto secondo: villa ducale di Bellosguardo, nello stesso anno. Nell’atto terzo: carcere di Torquato in Ferrara nel’anno 1586.

A’ miei cortesi amici
La biografia dell’italiano Virgilio è sparsa di alcune nebbie così arcane, che in gran parte assomigliar la fanno ad un romanzo. Goldoni, Goethe, Duval, Tosini, e non ha guari il professor Rosini posero in scena le vicende di quel venerando prigioniero ora avvalendosi de’ monumenti storici, ora delle tradizioni che più favorevoli rinvennero a colorire il loro disegno, ora delle recenti inattese scoperte d’inediti scritti usciti di mano a quello sventurato, e per lunga stagione o ignorati, o negletti, o a bello studio sepolti. Duolmi non aver potuto consultare un lavoro scenico del Nota su questo tema, di cui non sospetti giudici mi hanno favellato con somma lode.
Ora io verseggiatore mediocrissimo, ma innamorato fino dai miei più verdi anni della meravigliosa poesia, della svariata dottrina, e delle misteriose e lacrimevoli avventure dello scrittore di Aminta e di Goffredo, male avendo saputo resistere all’iterato invito d’essere il primo a consegnare arditamente questo sublime italiano alla scena melo-drammatica, che imperiosa esige tanti poetici sacrifici, mi sono giovato, per quanto mi si è permesso, degli altrui applauditi lavori, scostandomi il meno possibile dalla severa storica verità. L’epoca in cui succedono gli avvenimenti che si passano nell’atto primo e secondo, la storia li assegna all’anno 1579, si suppongono quindi trascorsi sette anni fino agli avvenimenti che si presentano nell’atto terzo, che offre le vicende di Torquato nell’anno 1586. La duchessa Eleonora, raro tipo di beltà e di virtù, logorata da lenta malattia spirò nell’anno 1581 ed io mi sono creduto non colpevole fingendo ignorata dal Tasso la di lei morte, per ottenere un migliore effetto nell’unica scena dell’atto terzo, non tenendo conto della fuga dal carcere, e delle talora capricciose peregrinazioni del mio protagonista prima che il duca Alfonso ve lo facesse nuovamente rinchiudere.
Che il Tasso vagasse ne’ suoi amori; che un falso amico ne tradisse gelosi secreti, ch’era bello di tacere; che forzato fosse uno scrigno ove serbava carte improvvide destinate al fuoco; che questi troppo liberi scritti obbligassero il duca ad austere misure; che il Tasso non temperasse la soverchia sua bile anche nelle stanze della duchessa; che il Geraldini, (che nomossi Ascanio ed io nomo Roberto per iscompagnarlo da qualunque associazione d’idea che sapesse di triviale al volgo, (e sì grande è il volgo!) adoperato dal duca Alfonso in affari importanti, bassamente congiurasse contro Torquato; che della iniqua congiura fosse seme la fama altissima e l’invidiato favore in cui appo il duca, e le sorelle del duca era salito questo massimo poeta; che talora si abbandonasse Torquato al prepotente impero del suo fervido ingegno fino a dialogizzare con esseri invisibili creati dalla sua fantasia; che ciecamente credesse alle bizzarre persecuzioni d’un folletto, è tutto storico, e Manzi, Muratori, Serassi, Tiraboschi, Bettinelli, Compagnoni, Zuccàla, Giacomazzi, Maffei, Byron, Colleoni sono più o meno un’eco fedele dei medesimi racconti; solo però il Rosini, pare che presso una erudita lettera del Betti, cercando la statua dentro al marmo l’abbia meglio trovata.
Talvolta mi è riuscito far parlare Torquato con versi tolti qua e là dal suo bellissimo, e forse non abbastanza ammirato Canzoniere, e li fo stampare in carattere corsivo; benché la povertà de’ miei riveli anche senza più spiegati cenni i coniati da quel rinomato fabro di splendidissimi versi. Virgolo le parole che scrissi per amore di evidenza, ma che non si cantano per studio di brevità. – Il melo-dramma è compito. Bergamasco è il protagonista; bergamasco chi le meschine mie parole arricchisce d’armonia; d’armonia che in questo argomento il core, e l’ingegno gl’inspirarono, e la cara inestinguibile rimembranza d’una patria illustre che adora.
A voi intanto, cortesi amici, gli estremi suoi melo-drammatici lavori raccomanda il vostro egro e vecchio amico
Giacopo Ferretti

Atto primo

[Sinfonia]

Scena prima
Atrio magnifico nel ducal palazzo in Ferrara. Fra le colonne si scorgono le porte degli appartamenti terreni. Il primo a destra è della duchessa Eleonora. Il secondo è della contessa Scandiano. A sinistra il primo è del Tasso, il secondo è di Geraldini. In fondo è quello del Duca, innanzi a cui passeggiano guardie svizzere.
Alcuni Cavalieri si avanzano dalla porta dell’appartamento del Duca parlando sommessamente fra loro; indi Don Gherardo dal colonnato in fondo; poi Ambrogio dalle stanze del Tasso.

[N. 1- Introduzione e Cavatina]

CORO
Due rivali, un invidioso,
un poeta innamorato,
un ridicolo geloso
stanno in corte a recitar,
e ci fanno rallegrar.
Ma che al povero Torquato
si prepari una tempesta,
ho un sospetto nella testa,
e comincio a paventar,
che sia prossima a scoppiar.

GHERARDO
(di dentro; indi in scena)
Come! No! Davvero? Niente?
Via, movetevi, cercate.

CORO
(fra loro)
Don Gherardo! Lo ascoltate?
Già comincia a interrogar,
e ha la febbre di ciarlar.
Sconcertata è la sua mente;
va di trotto alla follia;
ché una fredda gelosia
col continuo martellar
notte e dì lo fa tremar.
(i cortigiani si ritirano passeggiando fra le colonne; indi a poco a paco si avvicinano complimentando don Gherardo)

GHERARDO
Fra tutti quanti i punti
ch’io metto in voce o scrivo,
all’interrogativo
la preminenza io do.
Senza di lui sol d’asini
pieno sarebbe il mondo;
dottor, se non interroga,
nessun mai diventò.
Così pescando al fondo
io vo d’ogni mistero;
così per bianco il nero
io mai non comprerò.
(scorgendo i cortigiani, e con somma volubilità, interrogando or l’uno, or l’altro)
Di qua passato è il Tasso!
Ebbe nessun invito?
Il duca è andato a spasso?
Il segretario è uscito?
Qual delle due Eleonore
finor cercò di me?
L’ambasciador di Mantova
udienza avrà solenne?
È cifra diplomatica?
Si sa per cosa venne?
Il duca è bieco od ilare?
E la Scandiano ov’è?
Ma almeno qualche sillaba
dal labbro sprigionate…
Per Bacco! Come statue
udite, e non parlate!
Che mummie da piramidi!
Mi fate rabbia affé!

CORO
Se respirar più liberi,
signor, non ci lasciate,
voi tanti imbrogli a chiederci,
invan vi affaticate.
Ma, zitto, o di rispondervi
possibile non è.

GHERARDO
Ma or che il domestico
del gran Torquato
stupido, stupido
vien da quel lato,
se qui l’interrogo
di buona grazia,
come un oracolo
risponderà.

CORO
Signor, giudizio!
Vi farà piangere
la vostra incommoda
curiosità.

GHERARDO
Eh! via, sciocchissimi!
Mi fate ridere.
Un uom di merito
sa quel che fa.
(don Gherardo afferra per un braccio Ambrogio, ch’esce dalle stanze del Tasso, e traendolo con violenza sull’innanzi della scena, rapidamente lo interroga)

GHERARDO
Che fa Torquato ~ compone?

AMBROGIO
Sì.

GHERARDO
Innamorato sospira?

AMBROGIO
No.

GHERARDO
D’un’Eleonora ~ discorre?

AMBROGIO
Sì.

GHERARDO
Ma quale adora? ~ Sai dirlo!

AMBROGIO
No.

GHERARDO
Come in un’estasi ~ delira?

AMBROGIO
Sì.

GHERARDO
Di me non brontola ~ geloso?

AMBROGIO

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