Trespolo tutore
Commedia ridotta per dramma.

Libretto di Giovanni Cosimo Villifranchi.
Musica di Alessandro Stradella.

Prima esecuzione: 31 gennaio 1679, GenovaTeatro Falcone.

Interlocutori:

TRESPOLO tutore balordo basso
ARTEMISIA sua pupilla innamorata del tutore soprano
NINO suo amante contralto
CIRO suo fratello pazzo, amante ancor esso d’Artemisia soprano
SIMONA lor balia, vecchia balorda tenore
DESPINA sua figliola accorta soprano

La scena si rappresenta in una villa.

All’eccellentissimo…
…sig. dottore Gio. Battista Ricciardi.

Mossa v. s. eccellentissima non da alcun desiderio di gloria, (passione alienissima dalla candidezza dell’animo suo, che possiede tante prerogative più grandi, e più mirabili per ottenerla) ma stimolata da un semplice impegno contratto con suoi amici di dimostrare che la commedia alla plautina, come quella, che è fondata su le vere regole della poetica, sarebbe ancor piaciuta nel presente secolo, (quantunque in questa parte corrottissimo) si messe un tempo fa a comporre alcune veramente commedie, con le quali per la copia de sali, e delle finezze concatenate con i più rigidi precetti dell’arte, mostrò a tutto il mondo, e dette una riprova a quelli, che intendono, che le regole degl’antichi, come quelle, che anno il fondamento sopra le più stabili osservazioni, non possono patir mai mutazione; ma devono rimaner per ogni tempo ammirabili, ed inalterate, e fece arrossir quelli, che non sapendo più là, si credono, con scriver le parole, che dicon fra di loro più interlocutori, d’aver subito composta una commedia. Dopo molt’anni vedendo io praticarsi ancor quest’abuso nella commedia in musica; onde per lo più i compositori di detta non pare, che abbino altro scopo, che d’accozzare una moltitudine di mutazioni di scena, (vizio nella commedia plautina, che per averne ad esser priva, è di difficilissima composizione) e d’infilzare una quantità d’ariette, le quali, purché siano con soave voce, e graziosi trilli cantate, e poste alla fine delle scene, nulla si abbada se facciano a proposito, o se ripugnino all’unità, e connessione della favola, ed a gl’altri precetti, ebbi concetto di far vedere, che la commedia di v. s. eccellentiss. sarebbe ancor piaciuta in musica, e che sarebbero sempre belli, e graziosi i drammi fatti con tutte le leggi poetiche, e particolarmente osservata quella del decoro, distinguendo Davus ne loquatur an heros, ed in fine di mostrare, che una musica ben intesa non snerva, ma rende più spiritosi quei sali, dei quali simil composizione deve esser ripiena. Presi però la sua bellissima commedia intitolata Amore è veleno, e medicina degl’intelletti, e volgarmente detta Trespolo tutore, ed avendogliene partecipato, (perché io so, che rispetto si deve a gl’autori, e particolarmente viventi) la ridussi in dramma, senza aggiungervi concetto alcuno di mio, fuori che qualche cosa indifferente nella pazzia di Nino per dar qualche satisfazione al musico, anzi cominciai gl’atti con le stesse parole della sua prosa, per fuggir al possibile il nome d’esser un di quelli, che s’usurpano, o che alterano l’opere altrui. Dopo, che l’ebbi quasi terminato lo diedi a leggere a vari; ma però non ho mai avuto congiuntura, né di farla metter in musica, né di farla recitare; nel qual caso, oltre alle mie sopraccennate intenzioni, desideravo di far vedere tutti gli artifici, che sono innumerabili, i quali v. s. eccellentissima ha usato in comporla, e che in tutte le recite, che ne ho veduto (fuori che in quelle dove è intervenuta lei) sono stati, o non conosciuti, o trascurati. Quando sentii la mia medesima commedia esser recitata in Roma, ma con aggiunta d’interlocutori, di scene, e d’arie d’altri autori da essi forse non ancora pubblicate, e per conseguenza alterate l’invenzione, le purità, le regole, e le massime di v. s. eccellentissima: mi turbò altamente quest’avviso; ma la lontananza, e l’altre mie continue occupazioni, mi tennero a viva forza quieto, e tanto più avendo poi sentito essersi ancor recitata in Genova, dove quei signori, come che intelligenti, e però generosi, e discreti, non volsero in nessun conto recitar la mutata, ma con quella perfezione, che da lei fu composta, e con la medesima purità, che da me fu ridotta. Pensavo, che fossero terminate l’occasioni d’aver più rammarico di questa cosa, quando ho penetrato, che il medesimo dramma alterato sia di nuovo per recitarsi in Napoli, e qua, dove v. s. eccellentissima potendo aver occasione di vederlo con gli occhi propri, e dolersi di me, mi ha fatto risolvere di pubblicarlo, quantunque non rivisto, e (per non aver avuto ancora occasione di farlo ancora recitare) nel suo primo abbozzo, solamente per far conoscere al mondo, che io so bene i termini con i quali si devon trattare i letterati, ed in particolare v. s. eccellentiss. alla quale ho sempre tributato i più vivi attestati d’una sincerissima reverenza, e tenutala sempre, come fanno tutti, in una singolarissima stima; e nel medemo tempo per far vedere ad altri virtuosi, che io non son di quelli, che mi voglia usurpare i lor sudori, e fare un mancamento così notabile. Questo è il mio puro scopo, e solo per questa causa mi son risoluto di darla al pubblico, assicurandola, che se fosse stato uno de’ miei parti, non ne avrei fatto risentimento alcuno; ma avrei il tutto sopportato, quantunque da Gio. Villifranchi mio zio magno avessi potuto imparare a non tollerar questi strapazzi, il quale volse ristampare la sua Amaranta, che senza sua saputa era stata posta sotto il torchio, benché da suoi amici, e senza alterarla dal suo originale fosse fatta stampare. Si compiaccia dunque v. s. eccellentissima di restar appagata per questa mia dimostrazione del rispetto, che ho sempre portato al suo merito, come a quello di tutti i letterati; si come con la medesima spero abbia da restar certificato il mondo, che io non sono un uomo, che non intenda qual mancamento sia l’usurparsi, e l’alterar l’opere altrui, ed avrà campo di mantenermi l’affetto, che sempre m’ha dimostrato, per il quale potrò vantarmi d’esser, come sono, e sarò sempre

di v. s. eccellentiss.
di Firenze lì 11 giugno 1679
Dev.mo ed obbl.mo servitore
Gio. Cosimo Villifranchi.

Atto primo

Scena prima
Simona, e Despina.

SIMONA
Ti torno a dir Despina,
ch’il marito si piglia
come la medicina,
che quando può giovare
non bisogna badare,
ma se ben contro a gusto,
senza pensarvi più
bisogna serrar gli occhi, e mandar giù.

DESPINA
Ma questa qui sarebbe
non da fargli serrare,
ma da fargli più tosto vomitare.

"Dimmi il mio nome prima dell'alba, e all'alba vincerò"
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